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MANZONI/ Perché la pioggia non spegne la gioia di Renzo?

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A Genova (Infophoto)  A Genova (Infophoto)

Come può una cascata di pioggia, e se non bastasse di neve e di freddo e di fame, e di rifiuto e di ingiustizia e di bastonate, come può quella stessa e più agghiacciante pioggia di Pavese e di Leopardi e di Montale essere il momento della «perfetta letizia» anziché della perfetta sconfitta? Come si può «volentieri per lo amore di Cristo sostenere pene, ingiurie e obbrobri e disagi» sotto un cielo in cui, più che un'assenza universale, anche il diluvio universale parla di un Dio che la manda? 

All'uggioso «non sei» di Montale risponde uno straordinario incipit dei Promessi sposi. Siamo nel penultimo capitolo, e Renzo ne ha subite di tutti i colori. Ora sembra che «passata è la tempesta»: pazienza per la casa distrutta, i lanzichenecchi, la peste, don Rodrigo e tutti i guai passati; finalmente, dopo 36 capitoli, possono sposarsi. Lui esce dal lazzaretto praticamente senza avere più niente addosso né davanti a sé. «Appena infatti ebbe Renzo passata la soglia del lazzaretto, e preso a diritta per ritrovar la viottola di dov'era sboccato la mattina sotto le mura, principiò come una grandine di goccioloni radi e impetuosi, che, battendo e risaltando sulla strada bianca e arida, sollevavano un minuto polverìo; in un momento, diventaron fitti; e prima che arrivasse alla viottola, la veniva giù a secchie»

Non se ne può più, davvero. Qui Renzo avrebbe dovuto alzare gli occhi verso quel cielo che  credeva abitato dalla provvidenza e rimandargli indietro una bestemmia per ogni goccia. Ma «Renzo, in vece d'inquietarsene, ci sguazzava dentro, se la godeva in quella rinfrescata», perché sentiva che anche «nel suo destino» avveniva un «risolvimento». E non perché ogni faccenda si sistemasse: anzi, tutta la notte attraversò, stanco e affamato, Sesto e Monza e Pescate. «E potete immaginarvi come fosse quella strada, e come andasse facendosi di momento in momento. Affondata (com'eran tutte; e dobbiamo averlo detto altrove) tra due rive, quasi un letto di fiume, si sarebbe a quell'ora potuta dire, se non un fiume, una gora davvero; e ogni tanto pozze, da volerci del buono e del bello a levarne i piedi, non che le scarpe. Ma Renzo n'usciva come poteva, senz'atti d'impazienza, senza parolacce, senza pentimenti; pensando che ogni passo, per quanto costasse, lo conduceva avanti, e che l'acqua cesserebbe quando a Dio piacesse, e che, a suo tempo, spunterebbe il giorno».  

Cosa lo sosteneva, passo dopo passo, in quest'ennesima tempesta? Cosa gli teneva in cuore ancora il sole anziché chiuderlo in un cinico "ci mancava pure questa"? Lo dice lui stesso, dopo chilometri in cui «non era mai spiovuto», quando arriva a casa di un amico, il quale, bello riposato e asciutto, «s'era levato allora, e stava sull'uscio, a guardare il tempo, alzò gli occhi a quella figura così inzuppata, così infangata, diciam pure così lercia, e insieme così viva e disinvolta: a' suoi giorni non aveva visto un uomo peggio conciato e più contento. "Ohe" disse: "già qui? e con questo tempo? Com'è andata?"».



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COMMENTI
24/11/2014 - poesia (luisella martin)

Che delizia leggere questo articolo!Che gioia! Nel cuore di tutte le persone e i personaggi citati, come in quello del giovane giornalista pugliese e nei cuori di tanti genovesi, piemontesi ... italiani insomma, permane, insieme alla perfetta letizia, la causa che l'ha provocata ed io credo si tratti della Poesia. In questo tentativo di colorare il mondo dando alle immagini le parole della musica, penso che sia racchiuso il segreto della gioia cristiana.