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LETTURE/ Si può ancora fare memoria di Dio in un mondo costruito dall'uomo?

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Vincent Van Gogh, Campo di grano con cipressi (1899) (Wikipedia)  Vincent Van Gogh, Campo di grano con cipressi (1899) (Wikipedia)

La crescita della volontà di potenza dell'homo faber non è presentata come un'avanzata solo devastante, che ha fagocitato in sé tutta la realtà preesistente, annullando ogni traccia residua di resistenza, ogni resto vitale capace di testimoniare l'alterità di una diversa prospettiva sull'uomo e sul destino. La possibilità dello stupore è stata messa sotto scacco, svuotata nei suoi contenuti, ma non tagliata alla radice. È un respiro diverso che può riaffiorare anche sotto le macerie accumulate dalla mercantilizzazione e dall'omologazione generalizzata dell'esistenza. Il fuoco della "memoria" continua a covare pure là dove la fiamma appare ridotta ormai al lumicino.

López lascia intravedere le crepe che possono insinuarsi nel granitico impero del politicamente (e culturalmente) corretto, aprendo spiragli per il recupero ostinato di un senso più umano, più radicale e più comprensivo, del valore della vita e del ruolo della persona nel mondo di oggi. 

Cita in primo luogo il test della corporeità, che sembrerebbe, a prima vista, solo uno degli emblemi della modernità secolarizzata, compressa in un orizzonte di calcoli, fissazioni e strategie orientate al tornaconto immediato. Ma il corpo non ce lo siamo creati da noi stessi. Ce lo ritroviamo come "dono": è l'evidenza fra tutte più oggettiva del nostro "essere fatti", della nostra condizione strutturale di dipendenza. Nell'esperienza di ogni relazione di amore rivive lo stesso rimando all'altro che ci scavalca e da cui deriva la possibilità della nostra soddisfazione. I rapporti hanno poi bisogno di dimore per farsi carne e radicarsi nella vita delle persone: la casa può diventare a sua volta il "luogo di una chiamata". Dalle relazioni vitali e dall'intimità della casa si parte per lanciarsi nella realtà del lavoro: anche il lavoro può riscattarsi trasformandosi in un campo in cui dispiegare il senso del servizio, dell'opera di collaborazione a un disegno che non è il proprio, nella pratica del sacrificio vissuto come espansione dell'amore per qualcuno a cui si è legati. 

La casa e il lavoro, in dialogo tra loro, possono lasciarsi attraversare entrambi dal loro rovesciarsi nella preghiera: non si tratterà più di una devozione esteriore, ma della restituzione alla fonte dell'essere di tutto ciò da cui siamo investiti come dono nell'esistenza, in cui ci immedesimiamo, e che possiamo rimettere nelle mani del primato di Dio, passando dalla volontà di dominio alla riconoscenza dell'offerta. "Pregare", nel contesto ipertecnologico, in forza del ribaltamento a cui si possono piegare le spinte unilaterali dell'autonomia antidivina, può significare imparare a "lasciar essere", a "possedere e a trasformare offrendosi", cioè ridonando ciò che ci viene elargito come bene non meritato né generato esclusivamente da noi.



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COMMENTI
21/11/2014 - Stupore (luisella martin)

In questo mondo "tecnologico" pregare può significare acquistare un aggeggio che recita il rosario con la voce di Giovanni Paolo II; questo per qualche televisione cattolica che ne ospita la pubblicità. C'è davvero da stupirsi! Senza ironia, invece, lo stupore vero, quello che scruta nel profondo per poter contemplare, io l'ho provato leggendo le parole con cui alla fine dell'articolo si parla della preghiera. - Pregare ... può significare imparare a "lasciar essere", a "possedere e trasformare offrendosi" - Però le belle considerazioni filosofiche citate nell'articolo e la verità bibblica citata nel commento della lettrice, risultano colorate del freddo metallico circuito elettro-cerebrale, mi appaiono appunto un po' tecnologiche. Per fare ancora memoria di Dio basta uscire la sera, in campagna, in una notte serena, e guardare in alto il cielo stellato ed ecco che si torna a stupirsi come bambini: oltre il nostro mondo ci sono tanti mondi nelle mille galassie di un Universo in espansione e ordinato. Grandiosa opera che è certamente, se non l'immagine, uno degli abiti di Dio.

 
20/11/2014 - Il tempio di Dio siamo noi (claudia mazzola)

Del resto Il Signore ci ha fatto a Sua immagine e somiglianza, quindi perché dubitare di un mondo costruito dall'uomo?