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LETTURE/ Montale, ritorno alle cose

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Eugenio Montale (1896-1981) (Immagine d'archivio)  Eugenio Montale (1896-1981) (Immagine d'archivio)

Proprio tale tensione esprime la ricerca continua fin dalla prima raccolta, Ossi di seppia del '25, e della prima poesia, del '16, la famosa Meriggiare, pallido e assorto, la ricerca fra le scaglie del mare, fra i barlumi delle cose, la ricerca di un "varco, di un anello che non tiene, di una maglia rotta" (scrive nella poesia liminare I limoni); e per tale ragione la forma di quella rappresentazione della realtà così scabra e dura è data dall'ampliarsi dell'orizzonte visivo, quasi attendendo l'apparizione del miracolo (non a caso l'ara semantica più ricorrente è quella legata allo sguardo, allo scrutare, allo scorgere, vedere e intravedere). Primo segno di questa apparizione è il paesaggio stesso, nell'infinità del mare o nella visione improvvisa di segni, come il giallo dei limoni, o di suoni o di colori che spezzano la catena chiusa del quotidiano; e sicuramente segno ulteriore è la poesia stessa. Una dinamica che, già nella prima raccolta, ma diventando centrale nella seconda, Le occasioni del '39, si rivolge esplicitamente a un altro, una alterità non più letteraria, bensì reale; sono le figure di quelle che la critica definisce Visiting angel, donne amate per il segno che rappresentarono con la loro fedeltà e dignità di vita, come quando in Incontro del '26 si rivolge a Annetta (senza citarla) e con un linguaggio dantesco esclama "allora ch'io discenda altro cammino …ch'io ti senta accanto, ch'io discenda senza viltà".

O in Casa sul mare "Forse solo chi vuole s'infinita/ e questo tu potrai, chissà, non io./ Penso che per i più non sia salvezza,/ ma taluno sovverta ogni disegno,/ passi il varco…", quasi rievocando Leopardi di A se stesso, Montale nel finale degli Ossi spera in un filo e, sebbene affermi che per lui come per i più non c'è, spera in un varco

Questa ricerca del Tu, del volto di un altro ha punte commoventi, come nell'incontro con Irma Brandeis, una ricercatrice ebrea che fu a Firenze nell'anteguerra per studiare Dante e che il poeta paragona all'Iride della mitologia e all'Iri di Canaan, figura profetica e perciò Cristofora; in Iride, del '45, scrive "Perché l'opera tua (che della Sua/ è una forma) fiorisse in altre luci…" e conclude "perché l'opera Sua (che nella tua si trasforma) dev'esser continuata". 

Così quella ricerca continua dell'Invisibile, come afferma la nipote Bianca, attraversa l'esistenza del poeta anche nello studio delle grandi eresie (in alcune liriche si definisce ironicamente "nestoriano"), o come vediamo in quella intensa rievocazione di Clemente Rebora, incontrato già gravemente infermo a Stresa; in un dialogo lungamente atteso questi evocava il "bisbiglio" del mistero, così presente e immanente, "Non senti?" diceva, quasi dando carne al desiderio del poeta ligure. 



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COMMENTI
22/11/2014 - Montale (laura cioni)

bellisimo questo articolo. Grazie.