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LETTURE/ Montale, ritorno alle cose

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Eugenio Montale (1896-1981) (Immagine d'archivio)  Eugenio Montale (1896-1981) (Immagine d'archivio)

Si ritorna a parlare di Eugenio Montale. In seguito alle recenti polemiche sull'autenticità dei suoi scritti postumi, affidati alla poetessa Annalisa Cima, questa interviene in un'intervista alla Stampa di mercoledì 19 novembre sui famosi Diari che, tuttavia, non sembrano fornire nuove tracce interpretative.

Un'altra recente intervista alla nipote del grande poeta ligure offre, al contrario, squarci di freschezza, come se tra le cimase delle polemiche riapparissero i bagliori della vita dell'artista legato da profondo affetto all'unica nipote, sua erede e testimone di tanti momenti felici. Bianca Montale, classe 1928, afferma che lo zio era in continua ricerca, "sulle tracce della presenza dell'invisibile di cui si sentiva amico" (intervista di Paola Bergamini, Avvenire 11 novembre 2014). Una ricerca tormentosa, ma leale ed alla quale Montale, come in un duello notturno, senza vedere il volto dell'altro, non si sottrasse mai.

Se rileggiamo le sue prime dichiarazioni poetiche ne rinveniamo i segni, come quando al cugino dell'ingegnere e scrittore Gadda rispondeva: "I miei motivi sono semplici e sono: il paesaggio (qualche volta allucinato, ma spesso naturalistico, il nostro paesaggio ligure che è universalissimo)"; l'amore, sotto forma di fantasmi che frequentano le varie poesie e provocano le "solite 'intermittenze del cuore' e l'evasione, la fuga dalla catena ferrea della necessità, il miracolo, diciamo così, laico ("cerca la maglia rotta" etc.)…" (in Domus, II/1934, Piero Gadda Conti). La parola miracolo viene pronunciata secondo un'accezione che espliciterà, più di dieci anni dopo, nella famosa Intervista immaginaria del 1946, quando dichiara che, al di là dell'immanentismo gentiliano come pure del positivismo idealistico di Croce, fu la filosofia dei contingentisti francesi ad influenzarlo, soprattutto Boutroux: "Il miracolo era per me evidente come la necessità. Immanenza e trascendenza non sono separabili…". 

E tuttavia afferma esplicitamente che ciò che dà origine alla scrittura non erano queste idee, ma, diciamo così, una mossa più esistenziale, la sete, l'anelo di una possibile novità: "Ubbidii a un bisogno di espressione musicale — Montale, non dimentichiamolo, aveva studiato canto lirico e la poesia è suono, voce e silenzio e ritmo —. Volevo che la mia parola fosse più aderente di quella degli altri poeti che avevo conosciuto. Più aderente a che? Mi pareva di vivere sotto una campana di vetro, eppure sentivo di essere vicino a qualcosa di essenziale. Un velo sottile, un filo appena mi separava dal quid definitivo. L'espressione assoluta sarebbe stata la rottura di quel velo, di quel filo: una esplosione, la fine dell'inganno del mondo come rappresentazione…".

Questa esplosione (metaforicamente simile a quella del finale della Coscienza di Zeno di Italo Svevo, un autore "scoperto" da Montale, e drammaticamente vicina, nel tempo, alla fine del conflitto mondiale con le bombe abbattutesi sul Giappone) segna veramente l'esigenza di un'altra realtà, il desiderio che si apra e si rompa quella cappa che chiude e schiaccia l'uomo, quel coperchio, diceva Baudelaire, del cielo grigio di noia.



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COMMENTI
22/11/2014 - Montale (laura cioni)

bellisimo questo articolo. Grazie.