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GIORNALI/ Augias attacca Montini e Wojtyla, ma Romero lo "smentisce"

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Óscar Arnulfo Romero (1917-1980)  Óscar Arnulfo Romero (1917-1980)

E non è la prima volta che insisto, fortunatamente non da solo, sulla pericolosità di una sovrapposizione forzata della mentalità politica nazionale al piano di discussione e confronto degli uomini di Chiesa (esempio: le categorie "destra" e "sinistra" conciliare… basterebbe notare che nel Vaticano II si votò in triplice senso: "placet", "non placet" e il certo non parlamentare "placet iuxta modum"!). 

Faccio pertanto solo due brevi osservazioni, più che altro perché sono consapevole del potere mediatico del giornalismo — oggi sono loro i "veri" intellettuali, quelli che condizionano l'opinione pubblica, che "fanno" la politica culturale con il loro volume di fuoco di ascolto… — e pertanto della sua pericolosità quando tende a semplificare sulla scorta di qualche deposito ideologico. 

L'intento complessivo della risposta di Augias, e se non fosse per questo forse non meriterebbe nemmeno di soffermarvisi più di tanto, è quello ancora una volta di avallare un cliché progressivamente affermatosi con l'ascesa al soglio pontificio di papa Francesco, specie nella stampa laica (si veda, ad esempio, l'affaireScalfari): lo stile di Bergoglio, il papa del "buonasera", starebbe scarnificando una Chiesa precedente tutta sbagliata e corrotta, o perlomeno sclerotizzata nelle sue posizioni di potere e di conservatorismo moralistico. E avanti così, con Montini (che certo ha i suoi problemi di doverosa riabilitazione storiografica in fieri, nonostante la recente beatificazione), e soprattutto Giovanni Paolo II (ma non era quello del "Santo subito"?, quello osannato da tutti, anche dai non credenti?), "feroci fustigatori" del povero vescovo latinoamericano, inascoltato e "tradito" dalla figura che l'avrebbe più di tutti dovuto e saputo sostenere, quella del Santo Padre. 

È vero che lui lasciò quella nota desolante e frutto certo di uno sconforto dopo l'incontro con Paolo VI, così come pare plausibile pensare che un papa globale come Wojtyla trovasse opportuno mantenere una cautela verso potenziali avvalli a una dottrina sempre più inclinata verso la protesta violenta come quella della liberazione, e pertanto anche verso chi le venisse — più o meno consapevolmente e volontariamente — accostato. E si può legittimamente comprendere che tali posizioni potessero non essere comprese e abbracciate da chi allora si trovava eroicamente in trincea, come Romero.

Ma passare da queste notazione al giudizio tranchant di Augias circa un Romero tout court "sostenitore della 'teologia della liberazione'" è però operazione tra il disinvolto e il riduttivo: stanno per esempio emergendo documenti dove egli preferì parlare di "teologia della Trasfigurazione", o si può far riferimento alla sua ultima lettera pastorale dove rimarcò la profonda differenza della Chiesa con il marxismo riguardo l'esistenza di Dio, denunciando pertanto i pericoli di un utilizzo acritico dell'analisi marxista senza accompagnamento di una visione cristiana. Meglio, insomma, sarebbe stato sottolineare la pedagogia pastorale di Romero, finalizzata a edificare una chiesa comunitaria attenta ai più deboli e riconciliatrice, questo sì, come ha sottolineato Massimo De Giuseppe nei suoi lavori. 



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