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LETTURE/ Dubliners, il "viaggio" di Joyce nel profondo finisce nel nulla

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James Joyce (1882-1941)  James Joyce (1882-1941)

In questo mondo, che era quello della Mitteleuropa, in una Trieste che parlava sì italiano (accanto si capisce al triestino, allo sloveno, al tedesco) ma pensava con la logica di Vienna o Praga, Joyce cominciò a confrontarsi con la sua storia, con il crogiolo di idee che aveva in testa, con il suo immaginario che da lì a pochi anni sarebbe definitivamente esploso nel suo capolavoro, l'Ulisse. 

Dubliners era stato portato a termine già nel 1912, e Joyce fece un viaggio in Irlanda per proporlo agli editori. L'esito fu negativo, e il figlio di un'Irlanda rurale, l'Irlanda delle contee rurali da cui provenivano i suoi genitori, l'Irlanda profondamente, intensamente, appassionatamente cattolica, l'Irlanda indipendentista fino al martirio civile, voltò le spalle definitivamente alla sua terra. Tornò a Trieste pieno di rancore, e portò ulteriormente nella revisione di Dubliners la rabbia fredda che nutriva in cuore per la sua patria e tutto ciò che la rappresentava. 

Per la prima volta un'artista irlandese cattolico entrava in dura polemica con la propria identità. Joyce vedeva le ragioni dei mali che affliggevano la sua patria nell'arretratezza culturale, e non nell'oppressione inglese, un'arretratezza la cui principale causa era la Chiesa cattolica. Joyce fu una sorta di avanguardia del laicismo irlandese che sarebbe emerso negli ultimi decenni del '900, dopo l'epopea tragica dell'indipendenza. Il benessere economico e l'ascesa di correnti culturali moderniste avrebbe infatti portato all'elaborazione di un pensiero secolarista e laicista che si sarebbe affermato nei media (a cominciare dall'Irish Times, l'equivalente irlandese dell'italiana Repubblica), e nelle linee editoriali. 

Dubliners, da questo punto di vista, è un documento storico interessantissimo per comprendere l'evoluzione dell'Irlanda nel corso dell'ultimo secolo. Ma l'aspetto più prezioso di questi racconti sta altrove: al di là delle radici culturali, del confronto con sistemi politici come quello britannico e quello mitteleuropeo, il valore più grande di Dubliners sta nel suo essere un viaggio nel profondo, forse negli abissi, dell'animo umano. In ognuno dei quindici racconti della raccolta assistiamo a storie di vita quotidiana dove i protagonisti si comportano secondo due schemi prestabiliti: di fronte alla realtà, con le sue domande, le sue sfide, a volte le sue aggressioni, non ci sono che due risposte, due atteggiamenti: la paralisi o la fuga. 

La prima è principalmente una paralisi morale, causata soprattutto dai vincoli morali, dalla religione che, proprio per questo motivo, Joyce vede come oppressiva, mentre la fuga è conseguenza della paralisi, inevitabile nel momento in cui i protagonisti comprendono la propria condizione. La fuga, tuttavia, nella visione pessimistica e tragica dell'autore, è sempre destinata a fallire. Una fuga tuttavia resa inevitabile, nella narrazione, da quella tecnica propria di Joyce che fu la cosiddetta "epifania": un insignificante particolare o un gesto, o perfino una situazione banale portano un personaggio ad una visione spirituale con cui comprende se stesso e ciò che lo circonda.



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