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LETTURE/ Dubliners, il "viaggio" di Joyce nel profondo finisce nel nulla

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James Joyce (1882-1941)  James Joyce (1882-1941)

L'epifania era la chiave simbolica della storia stessa. Dubliners diventa così una sequenza di fallimenti, di sconfitte. Di falliti e di sconfitti dalla vita, in un percorso doloroso, tragico e — sembrerebbe — inevitabile. Negato quel Redentore annunciato agli irlandesi secoli prima da san Patrizio, a Joyce non resta che prendere atto della sorte infelice dell'uomo, immobilizzato e impotente, o inutilmente preso da un'agitazione che lo porta alla fuga verso il baratro, o il nulla. 

In quell'autunno del 1914, mentre l'Europa si introduceva con incosciente follia nella più mostruosa guerra di tutti i tempi, Joyce, lontano da tutte le ideologie, lontano dagli eroismi feniani di Irlanda quanto dal crollo imminente della splendida civiltà mitteleuropea in cui aveva vissuto per un decennio, prendeva atto non solo del dramma della civiltà, ma soprattutto dall'uomo. Lo scoppio della guerra portò Joyce ad un altro esilio. Lontano dall'Irlanda che si accingeva ad affrontare la sfida decisiva con l'Inghilterra, lontano dalla Trieste cosmopolita che sarebbe diventata italiana, si ritirò nell'algida, neutrale Svizzera, dove avrebbe negli anni seguenti continuato il suo viaggio nei meandri del cuore umano.



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