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LETTURE/ Dubliners, il "viaggio" di Joyce nel profondo finisce nel nulla

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James Joyce (1882-1941)  James Joyce (1882-1941)

Un secolo è trascorso da quando la raccolta di racconti Dubliners (in italiano Gente di Dublino) accese nel mondo delle lettere la stella di James Joyce. Un'opera dotata di uno straordinario talento narrativo che avrebbe definitivamente preso congedo dal romanzo ottocentesco e avrebbe dato inizio ad un nuovo stile letterario. Ricordare Dubliners vuol dire non solo salutare un'opera singolare e fondamentale nei percorsi narrativi del '900, non solo un autore tanto controverso quanto geniale, ma anche dei luoghi: la Dublino e l'Irlanda oggetto dell'amore/odio di Joyce, come anche Trieste. 

Fu infatti nella città adriatica, dove Joyce si era trasferito da qualche anno, in esilio volontario, alla ricerca di un lavoro e di una propria identità umana e culturale, che la maggior parte dei racconti che compongono Dubliners venne scritta. E Trieste ebbe effettivamente un ruolo prioritario nell'elaborazione della personalità e dell'immaginario fervido dell'Irlandese. Qui vennero rielaborati i ricordi, le esperienze, le emozioni, le controversie che Joyce aveva vissuto nella natia Irlanda. 

Dublino e Trieste: tanto lontane ma allo stesso tempo tanto simili. Entrambe affacciate sul mare, entrambi importanti città di commercio, entrambe — in quell'epoca — irredente dal punto di vista politico. Entrambe erano, ancora per poco, centri di rilievo di due grandi imperi, quello britannico e quello austro-ungarico. La Dublino che Joyce si era lasciato alle spalle era quella in cui lo Sinn Fein stava portando a maturazione il lungo cammino verso la libertà dell'Irlanda, era una Dublino che si preparava allo scontro decisivo con gli inglesi riappropriandosi della propria storia, della propria cultura, della propria lingua gaelica. 

I circoli letterari, con in grande evidenza lady Gregory e William Butler Yeats, stavano facendo riscoprire all'Irlanda le proprie radici, dai miti celtici alla spiritualità medievale che erano state congelate da secoli di oppressione britannica. La Trieste in cui Joyce andò a stabilirsi era una città italiana nell'impero asburgico, che ambiva a ricongiungersi con il resto del regno, ma era anche una città cosmopolita. A differenza della Dublino irlandese sotto il giogo inglese, Trieste era un crocevia di etnie, culture e religioni. La componente italiana era certamente la prevalente, ma c'erano anche sloveni e tedeschi. Importantissima e significativa era anche la presenza ebraica, in una città a prevalenza cattolica, ma di un cattolicesimo molto diverso da quello tradizionale dell'Isola del Destino, forgiato attraverso secoli di persecuzioni. Un cattolicesimo decisamente moderno, già piuttosto laico.

Joyce insomma si era trovato proiettato dalle dicotomie nette della sua terra — celti contro sassoni, cattolici contro protestanti, tradizionalisti contro illuministi — ad una realtà composita e complessa, ad un mondo cosmopolita che fece decisamente suo, con le sue positività e le sue contraddizioni. 



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