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ARTE/ Spotorno: la mia "storia", tra Picasso, la Toyota e don Giussani

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Guglielmo Spotorno, Dal triangolo alla sfera (particolare)  Guglielmo Spotorno, Dal triangolo alla sfera (particolare)

E lui, Guglielmo si "vendica" a modo suo: disegna con china e un pennino a torre, la zia. La donna ha un mento assurdo, la pipa in bocca e i vestiti che sono intarsi egizi e gonne scozzesi. Attorno, la folla di personaggi stralunati e perplessi. Se c'è un artista di riferimento, questo è Bosch, che Guglielmo certo non aveva mai visto.

Non c'è solo zia Ester, ma persone ben più importanti. Nel '48 Nelson Rockefeller invita la famiglia Spotorno a New York, in compagnia di due tra le opere acquistate qualche tempo prima da suo padre, Il Figliol Prodigo di De Chirico e il Ratto delle Sabine di Martini. Il futuro vicepresidente degli Stati Uniti li voleva inserire in una mostra che riunisse l'arte italiana e americana in segno di pace: «In quegli anni c'era una sproporzione enorme tra la nostra casa di via Andrea Doria, non certo una reggia, e i quadri di Sironi, De Pisis, Carrà, De Chirico e altri, presenti del nostro insolito salone. Era chiuso e molto freddo e veniva aperto solo qualche volta, quando arrivavano gli artisti da noi a mangiare o a curiosare. A gambe incrociate, sul tappeto, stavo lì ad ascoltare le "liti" senza fine tra picassiani e anti picassiani».

Sta di fatto che la famiglia deve trovare una strada per questo figlio, nulla di più di una promessa artistica. Il padre è categorico. «Se diventa pittore, chi manda avanti la ditta?». La "ditta" non è poca cosa, sta diventando la più importante concessionaria Fiat in Italia. E così si sceglie per Guglielmo il liceo classico. L'istituto è il Berchet. Ed ecco che alla quinta ora del sabato, incontra una persona che lascerà un segno in una fede tutta sua. Ricorda Spotorno: «Quella di religione era l'ultima lezione, prima della domenica, e quindi anche la più sopportata. Non si aspettava altro che il suono della campanella per correre in strada».

Un giorno, a quella quinta ora, si presenta in classe un giovane prete brianzolo, da Venegono, un certo don Luigi Giussani. Mentre il suo compagno di banco, l'ormai celebre Claudio Pavesi, inizia a contestarlo dicendo che tanto fede e ragione non hanno nulla a che vedere, Guglielmo comincia, assieme allo stesso Pavesi e agli altri, a incuriosirsi. Oggi ricorda: «Cosa ha fatto Giussani di nuovo per "catturare" le persone? Non è partito col discorso religioso, ma con quello della cultura. È partito con Leopardi, da quello che ci poteva interessare, questa è una cosa fondamentale. Non ha cominciato a dire: "Parliamo dell'anima, dei comandamenti, di Dio", no, lui ha voluto far capire che se l'uomo può comporre l'Infinito vuol dire che ha dentro di sé qualcosa di diverso e di più, ha dentro di sé Cristo».  



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