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ARTE/ Spotorno: la mia "storia", tra Picasso, la Toyota e don Giussani

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Guglielmo Spotorno, Dal triangolo alla sfera (particolare)  Guglielmo Spotorno, Dal triangolo alla sfera (particolare)

Gli aneddoti dell'incontro con don Giussani meritano altro spazio. C'è il raggio in largo Treves, le dispute con il professore di filosofia sull'esistenza dell'America, qui ne ricordiamo uno che stupisce quanto un taglio di Fontana: «Una volta Giussani arriva in classe e urla: voi non sapete che io potrei morire il prossimo anno! Avrà un tumore, ci siamo detti mentre facevamo silenzio. In realtà, come oggi si sa, aveva un problema al polmone. Qualche anno dopo, alla Cattolica… non ti vedo don Giussani, col suo baschetto blu di traverso e il suo borsone che cammina nel chiostro? Lui mi riconosce e ci salutiamo e io gli chiedo con ironia: "Scusi, ma lei come mai è vivo, non doveva essere morto?". Lui ci ha pensa su un attimo e risponde: "Sono come un crocifisso destinato a scendere qualche volta dalla croce e a camminare", e se ne va via». Sono questi gli uomini che piacciono a Spotorno, non quelli che finiscono dietro le loro tastiere, come si rappresenta ne L'uomo al computer. L'urlo quasi strozzato da una tecnologia che brucia le notizie e, con esse, il tempo per capirle.

Rimaniamo in Cattolica, dove Spotorno prima si laurea in scienze politiche, quasi un obbligo, «per il lavoro occorreva il titolo di dottore». Si iscrive poi a filosofia, la sua vera passione. Tra i suoi professori ricorda Sofia Vanni Rovighi — «la più brava di tutti» — ed Emanuele Severino, «il grande filosofo, che mi sorprende con un finale negativo». Come mai? Conquistato un 30, districandosi tra "struttura originaria" e "sentiero del giorno", lo studente ha il diritto di porre tre domande finali al professore. Gliene basta una: «Professore, lei ha detto che morire, in fondo, non è altro che un disapparire. Poniamo che lei ed io siamo in una barca in mezzo al mare e io la butti giù, mentre siamo a largo. Perché la vedo dannarsi così tanto per mettersi in salvo? Lei non ha forse la certezza di riapparire? Per quale motivo lei non parla degli istinti, soprattutto di quello primario di conservazione?». La risposta, quella volta, è stata evasiva: «Vada a vedere quel mio saggio. Tutto lì».

Un vero unicum, con finale a sorpresa, è stato invece il rapporto con l'avvocato Gianni Agnelli: «La cosa più importante che ho fatto come imprenditore? Rompere con la Fiat dell'Avvocato dopo che mio padre aveva costruito da un cognome la concessionaria più importante e iniziare l'avventura con i Giapponesi della Toyota». Siamo nell'88, suo padre aveva seri problemi di salute, ma aveva ancora la forza di domandare, con un certo sarcasmo: «Quando vedremo la nuova Topolino?». Ormai quella era l'epoca della 131 e della Regata, già vecchie quando uscivano dalla catena di montaggio. Quella scelta comportò una liquidazione molto dolorosa. «Sei triste. Vedi il salone vuoto. Hai due soli collaboratori e ti senti dire da certi fornitori: "Se vuole, le portiamo via i ponti e i pezzi di ricambio, ma a costo zero"». 



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