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LETTURE/ Pavese e il Postino: "se non guardi, non hai nulla da dire"

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Elio Vittorini con alcuni studenti (Immagine d'archivio)  Elio Vittorini con alcuni studenti (Immagine d'archivio)

Leggere un libro, per questo, vuol dire leggere ciò che sta fuori dal libro: risalire dalle parole ai fatti. Perché raccontare — questa volta Pavese lo dice di Calvino — vuol dire «trasformare dei fatti in parole», cioè «mettere nelle parole tutta la vita che si respira a questo mondo». Infatti Anderson continua così: 

«Datemi la penna o la matita e la carta, e vi farò sentire questo che sento ora – ah, proprio quel ragazzo là e che cos'ha nell'anima mentre corre ad affacciarsi alla finestra della casa vicina, sul far della sera; proprio cosa sta pensando quella donna mentre siede nella veranda di quell'altra casa tenendo in braccio il bambino; proprio le cupe cose celate nell'anima di quell'operaio che va a casa sotto quegli alberi. Sta invecchiando ed è nato Americano. Perché non si è fatto strada nel mondo e non è diventato padrone o almeno direttore di una fabbrica, e non possiede un'automobile?

Sono tornato di corsa a casa in camera mia, e ho acceso la luce. Le parole s'affollano. [...] Mentre camminavo per la strada mi venivano tante parole, già tutte schierate! Ve lo dico io: le parole hanno colore, hanno odore; a volte si possono sentire con le dita come si tocca la guancia di un bimbo.

Non c'è ragione che non sia stato capace, mediante queste piccole parole, che non sia stato capace di darvi l'odore stesso della stradicciuola in cui ho camminato ora, di farvi sentire proprio il modo in cui la luce serale cadeva sulle facce delle case e della gente: la mezzaluna attraverso i rami di quel vecchio ciliegio tutto morto tranne un ramo vivo, il ramo che toccava la finestra in cui il ragazzo stava col piede sollevato, allacciandosi una scarpa. E c'era il cane che dormiva nella polvere della strada ed emetteva piccoli lamenti tra i sogni, e la ragazza in una strada vicina che imparava ad andare in bicicletta. Non si poteva vederla, ma dei suoi fratellini ridevano forte ogni volta che cadeva sul selciato.

La «fede nelle parole» è propria di chi ha fede nelle cose, cioè di chi vuole imparare a guardare. Per questo legge, per questo scrive: «je veux êter poète, et je travaille à me rendre Voyant» disse Rimbaud. Con gli occhi fissi sulle cose, perché i poeti non aprono piacevoli parentesi rispetto alla realtà ma ci affondano il coltello dello sguardo (io sono convinto che Omero non fosse cieco, ma ci vedesse benissimo). 

Non vorrei mai che una debolezza dello sguardo frenasse lo stupore per le cose, come quando — ha ragione Pascoli — «a volte, non ravvisando essi nulla di luminoso e di bello nelle cose che li circondano, si chiudono a sognare e a cercare lontano. Ma pur nelle cose vicine era quello che cercavano, e non avervelo trovato, fu difetto, non di poesia nelle cose, ma di vista negli occhi»



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COMMENTI
03/11/2014 - Se non ritornerete come bambini... (Anna Di Gennaro)

Sì, condivido totalmente il messaggio dell'articolo, molto interessante. E' proprio quello che fa il mio nipotino di soli due anni. Alza lo sguardo estasiato, si stupisce e indica la luna durante il pomeriggio quando è ancora chiaro o splende il sole, all'uscita dal nido. Al piccolo "scienziato" nessuno ha ancora imposto di leggere per imparare a scrivere e vive appieno il suo senso religioso. "Eccola!". All'articolo, ricco di significative citazioni autorevoli, credo solo di poter aggiungere la dichiarazione di Alexis Carrel: "Poca osservazione e molto ragionamento conducono all'errore. Molta osservazione e poco ragionamento conducono alla verità". Ed io torno a stupirmi assieme a lui...

 
03/11/2014 - Leopardi nel film del "Giiovane favoloso" (antonio petrina)

Il giovane romano Elio Germano nei panni di "Leopardi" (nel film: Il giovane favoloso di Martone) ci ha conferma quanto Pavese diceva della poesia leopardiana che nasce dallo sguardo stupito: film visto non dai soliti 4 gatti!