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La caduta del Muro di Berlino/ E Google, a 25 anni dall'89: verità e libertà

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Simone Weil ha scritto una volta che la verità fugge profuga dal campo dei vincitori. 

L'appello alla verità, abbiamo visto, è necessario per resistere al potere, per contestarlo, per difendere contro di esso i diritti dei senza potere. Abbiamo però anche visto in che modo, nella storia del marxismo, la convinzione della verità può trasformarsi in motivazione alla repressione dei diversamente pensanti. 

L'ideale della vita nella verità, dunque, non confligge affatto con il rispetto dell'altro ma anzi lo presuppone, quando si intenda il carattere personale della verità, che non si può imporre ma chiede di essere liberamente riconosciuta da ogni singola persona umana. Solo in questo modo si compie l'incontro della persona con la verità ed anche l'incontro dell'uomo con l'altro uomo nella verità.

Nel libro di Havel il tema della verità e del rapporto fra verità e libertà è il tema politico per eccellenza. Dopo il crollo del marxismo è infatti iniziata la crisi delle democrazie occidentali. Al centro della crisi c'è il problema della alleanza fra democrazia e relativismo etico e della sua possibile sostituzione con una alleanza fra democrazia e solidarietà.

Abbiamo già visto come il potenziale democratico del relativismo etico sia limitato. Esso certo non spinge a fare la rivoluzione per instaurare un regime autoritario. La ragione non sta però nel fatto che il relativismo sia intrinsecamente democratico, ma piuttosto nel fatto che è intrinsecamente conservatore. 

Negando una ragione sostanziale a cui commisurare il corso degli avvenimenti umani il relativismo giunge paradossalmente allo stesso risultato conservatore cui perviene l'interpretazione di destra della dialettica hegeliana: tutto ciò che è reale è razionale

Tutto ciò che ha per sé la forza della fatticità ha il diritto di esistere e nessuna critica può scuoterlo, perché non esiste una verità in grado di giudicare il potere.

Meglio: il potere esistente potrà essere contestato solo da un altro potere, e fra potenti in genere si riesce sempre a trovare un accordo di spartizione delle sfere di influenza. 

Il potere dei senza potere è, invece, la verità, e proprio essa deve scomparireDa  questo punto di vista Oriente ed Occidente non sono poi molto diversi fra loro. Essi convergono verso l'identico modello della vita senza verità.

Noi naturalmente non sottovalutiamo affatto le grandissime differenze che esistevano fra il tardo comunismo e le democrazie occidentali, differenze che possono significare vita o morte per interi larghissimi ceti sociali. Né, d'altro canto, diciamo che le democrazie occidentali hanno fatto proprio incondizionatamente il modello della vita senza verità. La questione, piuttosto, è aperta in Oriente come in Occidente. 

Diciamo però che le elite culturali dell'Occidente, che difendono il relativismo assoluto, teorizzano in forma raffinata quello che il tardo comunismo cercava di realizzare in una forma brutale. 

Non è un caso, del resto, che quelle medesime èlites difendessero un programma politico che mirava non alla caduta del comunismo ma piuttosto alla convergenza fra comunismo e capitalismo in una società tecnologica in cui fosse appunto estinta l'idea di verità. 

Il tema della verità si incontra qui con quello dell'Europa.

I paesi dell'Europa centrale e orientale sono stati a lungo separati dall'Europa. 

 A isolare la cultura polacca, ceca ecc., soprattutto la cultura non inquadrata ed ufficiale, non era tanto il regime quanto il fatto che i paesi dell'est non erano di moda nei circoli culturali dell'Occidente. Se ne parlava con imbarazzo. Essi contraddicevano l'ipotesi dominante nei salotti culturali sulla necessaria evoluzione del comunismo verso la democrazia e l'obbligatorio progressismo degli intellettuali occidentali. 

Questo, d'altro canto, rendeva più attenti e più critici gli intellettuali di quei paesi. Li aiutava a discriminare. L'idea di Europa che li alimentava, non coincideva con quella dei circoli dominanti dell'Occidente.

Quella polacca o ceca era un'Europa che iniziava con Socrate, quella occidentale aveva già buttato nel bidone della spazzatura Socrate insieme con l'idea di verità.  

 I polacchi e cechi allora secondo tale cultura, devono diventare europei e cioè devono assimilare il percorso culturale dell'Europa Occidentale in questi ultimi decenni. Devono, in altre parole, associarsi al processo che conduce alla morte o al suicidio spirituale dell'Europa. Finisce l'Europa e trionfa l'Occidente, inteso in senso etimologico come terra del tramonto, in cui si smorzano e si spengono tutte le identità e tramontano tutti i valori. 

La condizione prima per assimilarsi all'Occidente era allora dimenticare Solidarnosc, dimenticare l'esperienza della resistenza al totalitarismo comunista.       

Alla luce dei risultati cui siamo pervenuti sembrerebbe allora, per lo meno, che il relativismo occidentale in quanto filosofia non rivoluzionaria debba avere una funzione di stabilizzazione dei regimi democratici. In quanto forza conservatrice dell'esistente può almeno avere un effetto positivo quando l'esistente è democratico. La falsità di questa deduzione è ben nota a tutti coloro che hanno intrapreso il tentativo di fondare una democrazia. Lasciamo da parte la rivoluzione francesee consideriamo piuttosto la rivoluzione americana del 1776 e poi  il grande commento alla Costituzione offerto dai Federalist Papers oppure le osservazioni del Tocqueville nella sua Democrazia in America. 

Sempre di nuovo ritorna il tema della virtù come presupposto necessario della esistenza della Repubblica

All'opposto esiste una lunga tradizione di critica alla democrazia che sbaglieremmo a passare sotto silenzio. Da Platone a De Maistre i critici della democrazia hanno messo in evidenza sempre di nuovo che la democrazia inclina ad allearsi con il relativismo etico, anzi hanno considerato come inevitabile quella alleanza o hanno incorporato il relativismo etico nella essenza delle democrazie.

La conseguenza necessaria, ci dice Platone, è la caduta di un giusto principio di autorità dello stato e delle leggi.

Se non esistono verità oggettive il rapporto fra gli eletti e gli elettori ovvero fra i governanti ed i governati è fondato sulle fragili basi di un consenso che deriva non da un accordo sulla verità ma da un compromesso di interessi

Nulla allora impedisce a chi la ha conseguita di usare l'autorità pubblica al servizio di interessi privati per costituirsi un partito, o meglio una fazione che lo appoggi. I favori concessi a spese del bene comune (e del bilancio pubblico)  devono naturalmente essere pagati e per lo più sono pagati in contanti. L'uomo politico ammassa così una enorme quantità di denaro, che userà per comprare i voti che gli servono per essere rieletto. Tutte le cariche pubbliche, le decisioni politiche, le sentenze delle corti giudiziarie verranno alla fine liberamente comprate e vendute. Il prestigio delle cariche pubbliche e l'autorità dello stato verranno trascinati nel fango.

Se non esiste alcuna distinzione oggettiva del bene e del male  le persone oneste si ritireranno dalla vita pubblica e lo scontro delle ambizioni sfrenate dei singoli partiti condurrà alla guerra civile. Alla fine un capopopolo più forte o più spregiudicato imporrà il suo dominio ed abolirà le istituzioni democratiche senza che alcuno le difenda a causa del discredito in cui sono cadute. 

Avviene così la transizione dalla democrazia alla tirannide. Abbiamo tratto le linee principali di questa descrizione dai libri 8 e 9 della Repubblica di Platone.

Avremmo però egualmente bene potuto prenderle dalle Letterein cui Cicerone la crisi  della democrazia romana o anche, ahinoi, dai giornali italiani di questi tempi (ma non è che altri paesi stiano molto meglio).  

Per cercare di ovviare a tale degenerazione la tradizione classica ha opposto al modello democratico puro l'ideale del "governo misto", in cui il principio democratico, quello monarchico e quello aristocratico fossero contemperati fra loro in modo tale da impedire la degenerazione di ciascuno di essi.

La democrazia moderna nasce proprio sulla scia della tradizione del governo misto (si pensi soltanto alla divisione dei poteri in cui il potere legislativo ha un carattere democratico, quello esecutivo uno monarchico e quello giudiziario uno aristocratico).  

Il meccanismo della rappresentanza, così strutturato, presuppone l'idea di verità ed ha la funzione di impedire che tale idea sia travolta dalla corruzione. Il giudice deve essere indipendente proprio perché la verità non è fatta dalla volontà del popoloe quindi il popolo agisce in modo saggio non pretendendo di decidere della verità ma designando uomini saggi e retti che, sottratti ad ogni pressione, possano investigare la verità delle cose ed esprimerla nelle loro sentenze. ( magari le cose andassero veramente così).

Questo spirito della democrazia dei moderni, che è lo spirito delle nostre Costituzioni, oggi è in crisi davanti all'assalto del relativismo. 

Si propone di passare dalla democrazia ancorata ad un insieme di valori generalmente riconosciuti e capaci di ispirare l'azione politica, ad una democrazia che considera tutti i valori come proiezione di desideri, istinti e interessi soggettivi e manca quindi di qualunque preciso punto di riferimento etico.

 In una simile democrazia non esistono più valorima solo interessi,non esiste più dibattito intorno alla verità ma solo compromesso di interessi confliggenti sulla base della loro forza contrattuale. Questa democrazia rischia di smantellare tutte le difese che hanno permesso all'esperimento democratico di durare così a lungo negli Stati Uniti e poi anche nei paesi dell'Europa occidentale. 

La ragione prima delle difficoltà è una antropologia insufficiente che non ha compreso il legame costitutivo di libertà e verità. 

Alla luce di questo legame è possibile vincolare il metodo democratico ai valori permanenti della persona umana e proteggere la democrazia  contro la decadenza nella corruzione che apre infine il cammino ad una nuova tirannide. I temi che abbiamo cercato di introdurre meritano forse di essere approfonditi se si vuole davvero acquisire coscienza critica del difficile passato dell’Europa per evitare di ripeterlo.

La non sottovalutazione filosofico-politica  di Marx e del marxismo-leninismo è allora estremamente importante e non può non coincidere con una rinnovata volontà di esaminare criticamente il significato del fallimento del marxismo, per vedere quali posizioni di pensiero siano definitivamente coinvolte in questo fallimento e quali, invece, le strade che rimangono aperte ad un autentico ripensamento della cultura europea.

La questione del potere dei senza potere, cioè la questione  della verità, è allora questione politica. 




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