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ARTE/ Mozzanica, il fascismo non può nulla contro la bellezza "perfetta"

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Scultura di Giuseppe Mozzanica (Immagine dal web)  Scultura di Giuseppe Mozzanica (Immagine dal web)

 Anche la partecipazione al concorso per lo stadio dei marmi a Roma (oggi il Foro Italico) fu fortunosa. Il suo mirabile Calciatore come pure il Vogatore con cui vinse i concorsi delle province di Como e Sondrio ebbero una sorte iniqua. Il vogatore, così come il calciatore, furono "riadattati"  secondo i canoni dell'arte di regime per maneggi di artisti compromessi con il regime. Basti pensare che su sessanta statue abbiamo solo ventisei autori e diciassette statue portano il nome di un solo autore, mentre ogni statua doveva essere la vincitrice di concorsi provinciali. Ma a tanto spinge la brama di essere celebrati, brama che non sfiorò mai Mozzanica. Nel 1933 il Calciatore, firmato da un altro autore, divenne l'emblema del Duce sui francobolli dedicati ai Giochi Internazionali di Torino! Si sarà sdegnato con tutti e con tutto il Nostro? Certamente dopo la guerra pronunciò un giudizio inappellabile e molto amaro: "Il Novecento fa ribrezzo: prima tutti fascisti, adesso tutti comunisti o socialisti"…

Tanta amarezza spinse Mozzanica ad un vita sobria, quasi monastica, ma egli non diminuì mai il suo desiderio né la sua abilità che sempre esercitava cercando soluzioni nuove, maturando anzi sino in tarda età.

"Chi fa da sé fa per tre": questo antico adagio popolare (un po' "antidemocratico!") si addice bene a G. Mozzanica. Egli faceva tutto da solo e diresse la sua opera in senso didattico ed educativo: nel 1959 infatti aprì una gipsoteca, la sua gipsoteca, per conservare gelosamente nell'incanto del bianco del gesso molti modelli della sua vasta opera scultorea: normalmente prima della copia in marmo c'è il modello in gesso. Egli faceva da sé anche gli strumenti: raspe, trapani, martelli. Inventò una macchina girevole per osservare il modello secondo tutti i quarti di luce e le infinite angolature. Sempre per una fedeltà a una realtà effettuale. Ma non era un inseguitore di una bellezza documentaria: la documentava perché essa parlasse di sé stessa con metafore. Il linguaggio metaforico essenziale di cui si serviva l'artista era la fotografia. Abbiamo duecento lastre e trecento foto realizzate la più parte dal fotografo professionista Giuseppe Pini durante una trentennale amicizia con lo scultore. Mozzanica predisponeva tutto, Pini scattava. E ciò per immortalare nel superbo bianco e nero delle lastre come pure delle stampe il candore e i giochi di chiaroscuro di un'opera delicata come un modello in gesso che subito, anche solo spostandolo, in qualche modo si corrompe.

La gipsoteca è il cuore dell'opera di Mozzanica: tanto ci tenne e tanto ci tengono oggi i figli che ne hanno curato la recente risistemazione. E' il luogo del concepire e partorire le opere e conserva il fascino e il calore di una vita familiare intensa. I bronzi, le terrecotte, i marmi vengono successivamente: il profumo dell'arte bambina rimane nel candore dei gessi.



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