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LETTURE/ Hannah Arendt contro Apple, ecco l’"imprevisto" che non vogliamo

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Steve Jobs, fondatore di Apple (1955-2011) (Infophoto)  Steve Jobs, fondatore di Apple (1955-2011) (Infophoto)

A partire da un corpo che sta da molti anni nel mondo, ecco un perfetto altro: sempre un po' inatteso e imprevisto, da subito in eccedenza rispetto alla capacità dei suoi genitori di calcolarlo, con qualche piega della bocca o frammento del carattere assolutamente propri — assolutamente personali, come difatti diciamo. Se ce lo ricordassimo più spesso, ci dovrebbe colpire pensare che non esiste un solo uomo, tra i più di sette miliardi che popolano il pianeta, identico ad un altro, neppure nell'aspetto fisico e nei lineamenti, e neppure tra gemelli omozigoti.

Non c'è dubbio che siamo molto lontani da una totale progettazione dei figli, in grado di eliminare queste irregolarità. Neanche i cataloghi dei donatori di sperma sono in grado, oggi, di avvicinarsi alla costruzione di un figlio nel senso in cui si ordina un'automobile del modello, cilindrata, e tappezzeria desiderate. Ma egualmente non c'è dubbio, per chi sia minimamente avvertito e in buona fede, che sia questa la tendenza fondamentale del nostro tempo.

Infine: che Apple e Facebook, le grandi società dell'information technology, letteralmente sulla cresta dell'onda dell'innovazione costante e paladine del politicamente corretto libertario, siano le prime a pensare ed introdurre questo tipo di prestazione, suggerisce che queste istanze diventeranno ben presto diritti reclamati. In un contesto come quello americano sono le aziende a concedere e pagare i benefit contrattualizzati; mentre in Europa è facile che nella maggioranza dei casi tocchi ancora occuparsene (con quali mezzi non si sa) al welfare generalista.

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