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LETTURE/ Hannah Arendt contro Apple, ecco l’"imprevisto" che non vogliamo

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Steve Jobs, fondatore di Apple (1955-2011) (Infophoto)  Steve Jobs, fondatore di Apple (1955-2011) (Infophoto)

L'annuncio della concessione, da parte di alcune primarie società americane, tra i benefit alle proprie dipendenti della possibilità di congelare gli ovuli in attesa di tempi convenienti per la procreazione, ha provocato qualche settimana fa una vivace discussione. Come d'abitudine la polemica è poi venuta smorzandosi, scacciata dalla successione travolgente delle notizie che caratterizza la società dell'informazione. Ma qualche motivo di riflessione merita di essere rispolverato, forse proprio a partire dalle osservazioni più ovvie, come la sottolineatura dell'interesse delle aziende ad avere dipendenti che figliano ad un tempo programmato, anziché distratte ovvero meno produttive a causa di una gravidanza imprevista.

Si tratta di una manifestazione estrema, ma sicuramente ancora non ultima, di una tendenza inarrestabile alla pianificazione e al prevedibile. Dalle garanzie che vengono richieste prima degli interventi chirurgici, anche quelli evidentemente a rischio, ai pacchetti viaggio tutto compreso (guai se capita qualcosa che disturba il percorso programmato), alla pretesa di scandire la propria vita senza interferenze e in piena autonomia: la batteria degli esempi è infinita e va da piccolezze ai grandi progetti di vita. È proprio così che si riconosce una tendenza epocale (Gramsci avrebbe detto egemonica), che per definizione non riguarda solo il piano dei discorsi teorici ambiziosi. 

Ora, non c'è dubbio che l'esigenza di programmare e prevedere sia cruciale, affondando le proprie radici nei bisogni elementari dei nostri antenati impegnati a sopravvivere, e ancora più in profondità nella capacità solo umana di proiettarsi nel futuro e progettare. Ma è curioso che epoche sostanzialmente sicure, quali quella presente in Occidente, cerchino di espungere ogni rischio residuale, ogni imprevisto; o detto altrimenti percepiscano le insicurezze inevitabili come traumatiche e distruttive assai più dei disastri incommensurabilmente maggiori e diffusi del passato. Viene così rimosso che rischio e imprevisto sono parte ineludibile dell'esistenza — che si chiama esistenza proprio perché contiene un'apertura verso un esterno che non si lascia contenere totalmente dall'organizzazione del soggetto. Qualcosa di simile accade con l'esperienza della morte: a furia di negarla, dato che la morte ancora perdura ci si scopre rispetto ad essa molto più indifesi di epoche che pure la vivevano con molta più pervasività, ma che proprio per questo fabbricavano anticorpi simbolici e di senso assai più efficaci.

Nello specifico, l'esperienza della gravidanza e di una nuova nascita non può essere, neanche nella peggiore delle ipotesi, messa sullo stesso piano della morte. Proprio per questo l'istanza a controllare anche e soprattutto quest'ambito vitale appare ancora più sottilmente inquietante. Il punto è che la nascita, come ricordava in pagine memorabili Hannah Arendt, è per eccellenza l'irruzione della novità, è l'apparizione dello sconosciuto e dell'estraneo esattamente all'interno di ciò che già esiste. 



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