BENVENUTO   |   Login   |   Registrati   |
Imposta Come Homepage   |   Ricerca Avanzata  CERCA  

LETTURE/ Ungaretti, Saba e Quasimodo, quel Natale che si tace

Pubblicazione:

Salvatore Quasimodo (1901-1968) (Immagine dal web)  Salvatore Quasimodo (1901-1968) (Immagine dal web)

Esiste un Novecento letterario in parte o del tutto sconosciuto. Con la chiusura del canone del secolo scorso sono stati esclusi poeti e romanzieri che avrebbero, invece, meritato una particolare menzione. A questo si aggiunga il fatto che gli scrittori che sono entrati nel canone sono stati spesso ridotti all'interno di clichés, di luoghi comuni, di definizioni che li hanno classificati, resi più accessibili e quasi cristallizzati. In quest'operazione intellettuale effettuata a posteriori dalla critica senz'altro è emersa l'immagine di un secolo che avrebbe escluso la religiosità e il fatto cristiano dalla materia poetabile. A fianco di questa visione stereotipata del secolo corre, però, un secondo Novecento che potremmo definire "contro-Novecento letterario", costituito dai grandi dimenticati (Grazia Deledda, Federico Tozzi, etc.) o dalle opere non conosciute di chi è entrato nel canone. 

Così, una rapida incursione nel territorio della poesia del Novecento ci rivela, invece, come tutti i poeti si siano confrontati con l'avvenimento cristiano della nascita di Gesù, anche se a scuola poesie al riguardo spesso non solo non vengono studiate, ma neppure citate. 

Tra i grandi del Novecento che si pongono davanti all'evento del Natale ho scelto tre poeti quasi contemporanei: Ungaretti, Quasimodo, Saba.

Partito volontario per la grande guerra, Ungaretti (1888-1970) la affronta come soldato semplice, non in audaci operazioni o imprese militari come D'Annunzio, ma nell'esperienza traumatica della trincea, al fronte, prima quello italiano, poi quello francese. Lì scrive poesie dedicate all'esperienza della guerra che confluiranno nella sua prima raccolta Il porto sepolto (1916) pubblicata grazie all'amico Ettore Serra. Il titolo delle poesie è accompagnato dal riferimento al luogo e alla data di composizione (come in un diario). Nello stesso anno (1916) Ungaretti scrive "Natale": "Non ho voglia/ di tuffarmi/ in un gomitolo/ di strade/ Ho tanta/ Stanchezza/ sulle spalle// Lasciatemi così/ come una/ cosa/ posata/ in un/ angolo/ e dimenticata// Qui/non si sente/ altro/ che il caldo buono// Sto/ con le quattro/ capriole/ di fumo/ del focolare". 

La scrittura di Ungaretti è orientata nella direzione della scarnificazione del verso, dell'abolizione della punteggiatura, dell'espressione lapidaria, dell'uso del blanchissement (lo spazio bianco) per scolpire la poesia. Il verso, reso sempre più essenziale, si riduce talvolta ad una sola parola e diventa rivelatore del tentativo del poeta di andare al cuore delle cose e della vita, senza orpelli retorici e paludamenti che nascondano l'evidenza della realtà. 

Batte in questi versi il cuore di un uomo che prova arsura e vuole essere colmato, quello stesso cuore che sempre nel 1916 trabocca di domanda: "Ha bisogno di qualche ristoro/ il mio buio cuore disperso" ("Perché?"). Il poeta troverà risposta alcuni anni dopo, nel 1928, quando si recherà nel monastero di Subiaco con un amico. Ivi si compirà il suo cammino di conversione. 



  PAG. SUCC. >