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LETTURE/ Pirandello e Dante non si lasciano incantare dalle luci di Natale

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Luigi Pirandello (1867-1936) (Immagine dal web)  Luigi Pirandello (1867-1936) (Immagine dal web)

Disorientati nei confronti della vita, «mentre a noi tutt'intorno tu canti, sbraiti e ridi / atrocemente presa dal piacere» — è Baudelaire a immortalare il turbinio delle città — si fa strada talvolta, anche involontariamente, una strana inquietudine, che non ci lascia appagati né dello shopping prenatalizio né delle (ormai non troppo diffuse) calde atmosfere familiari di questi giorni. E come ciechi finiamo per alzare lo sguardo alla ricerca di qualcosa di diverso, che ci strappi dal soffocamento e ci mostri quale sia il senso, la verità, di questa esistenza: «cosa mai cercano, tutti quei ciechi, in Cielo?»

La domanda di Baudelaire apre una prospettiva tanto necessaria quanto dimenticata, per noi che rincorriamo sempre, nei ghirigori del cervello, tutti i pro e i contro, tutti i bilanci e le spiegazioni. Che insomma, pretendiamo di spiegarci le cose, di domandarci e di risponderci, di giocarci una partita tutta mentale, quando invece la realtà sconfina, è più grande della nostra testa. È uno dei passaggi della Divina Commedia da cui, ancora sette secoli dopo, non si può tornare indietro: «Matto è chi spera che nostra ragione / possa trascorrer la infinita via / che tiene una sustanza in tre persone». La nostra ragione non riesce a incamminarsi — non c'è niente da fare — nell'«infinita via» del mistero, né in quello della Trinità né in nessun altro. «State contenti, umana gente, al quia», continua Virgilio nel III canto del Purgatorio: che non è un invito a fermarsi, ad accontentarsi, tutt'altro! È il realismo di chi guarda quello che c'è (il quia), anche quando non sa spiegarselo; «ché, se potuto aveste veder tutto, / mestier non era parturir Maria». Se l'uomo potesse vedere tutto, se l'uomo potesse trovare, pensandoci, la risposta alle domande che la realtà gli tira addosso, non ci sarebbe stato bisogno che Maria partorisse. 

A cosa serve il Natale, allora? Dante tronca subito la questione: senza Gesù, non riesci a vedere la realtà. Se tu ci riuscissi già, Dio cosa si sarebbe incarnato a fare? Drammatica controprova: «e disïar vedeste sanza frutto / tai che sarebbe lor disio quetato, / ch'etternalmente è dato lor per lutto: / io dico d'Aristotile e di Plato / e di molt' altri». Ci sono stati uomini così intelligenti e così desiderosi, come Aristotele e Platone, che, se fossero sufficienti la propria intelligenza e il proprio desiderio a capire la realtà fino al suo significato, sicuramente ce l'avrebbero fatta. Invece noi abbiamo visto uomini simili che hanno desiderato fortemente ma «sanza frutto», che sono rimasti inquieti, e che per sempre scontano la pena del loro desiderio non corrisposto: un desiderio che si trasforma in «lutto». Già nel IV canto dell'Inferno Virgilio aveva descritto la triste nobiltà delle intelligenze più vive dicendo che «sanza speme vivemo in disio»: perché un desiderio che non incontra una risposta muore di disperazione, non spera più che qualcosa possa avverarlo.



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