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LETTURE/ Pirandello e Dante non si lasciano incantare dalle luci di Natale

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Luigi Pirandello (1867-1936) (Immagine dal web)  Luigi Pirandello (1867-1936) (Immagine dal web)

Le luci di Natale inondano le nostre strade, un secolo dopo che un personaggio del Fu Mattia Pascal, parlando della «lampadina della fede», osservava che «se questa lampadina manca, noi ci aggiriamo qua, nella vita, come tanti ciechi, con tutta la luce elettrica che abbiamo inventato!». In effetti, nell'affollamento delle città, «chi va di qua, chi di là, chi torna indietro, chi si raggira; nessuna più trova la via: si urtano, s'aggregano per un momento in dieci, in venti; ma non possono mettersi d'accordo, e tornano a sparpagliarsi in gran confusione, in furia angosciosa: come le formiche che non trovino più la bocca del formicajo, otturata per ispasso da un bambino crudele. Mi pare, signor Meis, che noi ci troviamo adesso in uno di quei momenti. Gran bujo e gran confusione! Tutti i lanternoni, spenti. A chi dobbiamo rivolgerci?».

L'incessante lavoro della ragione è trovare una via, cercare di fare chiarezza sulle cose, di vedere il senso di quello che accade. Ma i propri «lanternini» non riescono a raccapezzarsi nel buio che ci stringe, e in cui si ingolfano certe giornate: le nostre parole intelligenti non illuminano la vita che affanna, come non ci aiutano i «lanternoni», ossia gli ideali che ormai ci appaiono «astratti». «A chi dobbiamo rivolgerci?»: servirebbe l'aiuto di non si sa chi, perché tanta è la confusione del mondo in cui ci troviamo a barcamenarci, tale è la fatica che ci spossa, così improvvisi sopraggiungono i tracolli che travolgono noi e gli altri uomini, così lontana esistenzialmente è la domanda di senso rispetto alla frequentemente sperimentata prossimità dell'insensatezza, che a questo punto appare ridicolo illudersi che davvero la nostra fioca ragione possa considerarsi un "lume".

Non sono pochi gli scrittori che hanno scelto, per rappresentare l'uomo del nostro tempo, la metafora del "cieco": «Donde venni non so; né dove io vada / saper m'è dato», ammette Il cieco di Giovanni Pascoli. Una guida dovrà pur esserci, e serve urgentemente, ma «Egli è fuggito; è vano che l'insegua / per l'ombra il suono delle mie parole!». Resiste tuttavia, inestirpabile, «la sempre aspettata alba d'un sole, / che di là brilla!». Il cieco di Pascoli esplode allora in una raffica di interrogativi brucianti: «Ma forse uno m'ascolta; uno mi vede, / invisibile. Sé dentro sé cela. / Sogghigni? piangi? m'ami? odii? Siede / in faccia a me. Chi che tu sia, rivela / chi sei: dimmi se il cuor ti si compiace / o si compiange della mia querela!». La nostra cecità non esclude infatti che qualcun altro possa guardarci, e rivelarci se ride della nostra sperdutezza o se ne commuove: «Chi che tu sia, che non vedo io, che vedi / me, parla dunque: dove sono?»



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