BENVENUTO   |   Login   |   Registrati   |
Imposta Come Homepage   |   Ricerca Avanzata  CERCA  

LETTURE/ Notte di Natale, la "prova d'amore" di Alice Meynell

Pubblicazione: - Ultimo aggiornamento:

Filippo Lippi, Natività (1456 circa) (Immagine dal web)  Filippo Lippi, Natività (1456 circa) (Immagine dal web)

Non va taciuto il dato che tale meditazione poetica sulla Notte di Natale è introdotta da un esergo assai emblematico, tratto da quel Thomas à Kempis (c. 1380-1471) che ispirò — tra gli altri — Alexander Pope (1688-1744) e C.S. Lewis (1898-1963). Fin dalla sua fulminante eco del Soliloquium animae del quattrocentesco canonico agostiniano, Meynell indica implicitamente con coraggio la realtà di un'unità nella fede proiettata al di là delle incancrenite fratture della Storia e simboleggiata dalla citazione di un testo che fu tradotto in inglese da cattolici e presbiteriani, anglicani della High Church e unitariani: "se non posso vederti presente, ti voglio pianger assente, perché anche questa è prova d'amore". 

Se la notte della Vigilia di Natale è "prova d'amore", lo è perché, pur non potendo scorgere (see) la presenza di Colui che è atteso, gli occhi di chi non dorme e non si lascia vincere dal sonno, mantenendosi attenti e accorti, volgono volontariamente in pianto (will mourn) il desiderio della Sua nascita, che resta — per ora — una luttosa assenza. È proprio in tale capacità (newmanianamente) economica di volgere il limite in risorsa che si manifesta compiutamente il metodo del complete [Christian] realist, cioè di colui che abbraccia "la totalità della vita secondo i metodi dell'esperienza cumulativa dell'uomo, [incluse] le cose nobili e quelle terribili". 

Sospinte dall'esempio di Thomas à Kempis, sono anche altre le "prove d'amore" che appaiono sulla scena della Notte di Natale di Alice Meynell, ispirate dalla prospettiva integrale del di lei coraggioso realismo cristiano e modernamente inaudite sulla soglia del terzo decennio del ventesimo secolo. Eccole, in estrema sintesi: nella prima quartina, il rinvenimento dell'assenza del Cristo Bambino sulla scena "particulare" e universale, individuale e comunitaria, delle vicende terrene e terrestri (vv. 1-4) — difficili (v. 1), agitate (v. 2), marginali (v. 3) e accidentali (v. 4) — inclusa la razionalistica utopia vittoriana della "marcia della mente" (v. 4); nella seconda quartina, la consapevolezza (v. 7) dell'"incrollabile segreto" del Cristo Bambino, celato (v. 6) tra le pieghe del "miracolo più triste della vita" (v. 8) che la Natura compie intrecciando l'amore che nutre e l'istinto che dilania (vv. 5-6); nella terza quartina, l'intuizione (vv. 9-11), quasi agostiniana, della verità del Cristo Bambino assente che si lascia intravedere tanto nella felicità dell'uomo (v. 9) quanto nel suo pianto (v. 10), oppure che "sta appostato" dietro l'inevitabile quesito dell'uomo sul significato della sua esistenza (vv. 11-12).      

Tali "prove d'amore" sono davvero soltanto compensazione di un'assenza e di un'assenza ora distintamente percepita (v. 13)? In realtà, per il lettore, la vera "prova d'amore" al centro della Notte di Natale di Alice Meynell non emerge dall'esperienza di quel coraggioso realismo che interpreta già l'attesa del Cristo Bambino assente come presenza? Non è così per la puerpera che attende il nascituro (v. 14), per chi pregusta il bacio non ancora ricevuto (v. 15), per il neonato che si affaccia sul mondo senza la certezza di un luogo ospitale (v. 16)? 



© Riproduzione Riservata.

< PAG. PREC.