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LETTURE/ Ian McEwan e le conseguenze (imprevedibili) delle nostre azioni

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Ian McEwan (Infophoto)  Ian McEwan (Infophoto)

Ritorna, in queste pagine, una sia pur minima traccia di quella sorta di compiacimento minuziosissimo, e un poco venato di macabro, con cui McEwan aveva spesso affrontato gli argomenti relativi al corpo e alla malattia. Ricordiamo qui un caso per tutti: la terribile operazione di neurochirurgia, illustrata con straordinaria perizia, con cui in Sabato viene salvata la vita, letteralmente aprendole la faccia, alla ragazza che il protagonista ha appena conosciuto, e che diventerà sua moglie, corsa in ospedale perché sta perdendo la vista a causa di un tumore benigno che le comprime l'ipofisi. Ma, nella Ballata di Adam Henry, McEwan, dichiaratamente ateo, esplora, in primo luogo, gli esiti estremi di un convincimento che può orientare, in un senso o nell'altro, la soluzione di un dilemma morale, e, in seconda battuta — un ambito che, ci sembra, gli preme ancora di più — si avventura a dimostrare come, molto spesso, e incredibilmente, tante cose terribili vengono compiute da persone che non sono affatto terribili. 

Apologo sull'ambiguità degli esiti insita in tutte le azioni umane, La ballata di Adam Henry prende infatti nuovo slancio, e lascia avvinto il lettore, proprio a partire dalla soluzione della prima emergenza medica che travolge il ragazzo. Egli infatti, una volta salvato dalla trasfusione, si rende conto che anche i suoi genitori, ovviamente, sono sollevati dal fatto che il figlio non sia più in condizione di rischiare la vita, e ciò senza che essi abbiamo dovuto violare scientemente e consapevolmente i dettami della loro religione. Ma questo umanissimo sentimento viene interpretato da Adam, nell'irruenza e nel manicheo entusiasmo dei suoi diciassette anni, come ipocrisia. E nella ritrovata energia della sua convalescenza, si ribella alla famiglia, alla religione, a tutto quello in cui ha creduto e in cui è cresciuto, vedendo in Fiona la sua stella polare, scrivendole lettere enfatiche e tenerissime, e, alla fine, pedinandola, seguendola, supplicandola di consentirgli di vivere nella sua stessa casa, diventando per lui guida e mentore per la sua crescita. 

L'ovvio, naturalissimo diniego di Fiona — che cos'altro avrebbe potuto fare un giudice, una donna sensata, concreta, equilibrata, intelligente, acuta (di lei, il presidente dell'Alta Corte di Giustizia aveva addirittura dato questa definizione: "Divino distacco, diabolica perspicacia, e una bellezza che non sfiorisce", p. 16), ma anche sensibile e dall'animo gentile — comporta però una catastrofe, all'apparenza imprevista. 

Come sempre, le pagine di McEwan, un autore dalla rara capacità di scandagliare i meandri dell'animo umano, qui (come anche in Espiazione, spesso ricordato come il suo capolavoro, ma ancora di più nell'assolutamente perturbante Cortesie per gli ospiti) ci ammoniscono a non dimenticare mai di quanta ambiguità potenziale si può caricare, negli esiti e nelle conseguenze, ogni nostro gesto, ogni nostro convincimento, ogni nostra azione.



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COMMENTI
01/01/2015 - Atei o cristiani (luisella martin)

Non penso che sia l'esito delle nostre azioni a caricarsi di ambiguità; ciò comporterebbe una inevitabile e fatalista visione della realtà ...Credo che le nostre intenzioni espresse dalle parole e nei fatti, incontrino l'altro e la libertà dell'altro, talora nell'ambiguità dell'incertezza. Per questo motivo penso che sia importante che i nostri pensieri, le nostre parole e le nostre azioni, coerenti tra loro, siano indirizzate verso un fine superiore, un ideale ...Nel caso di noi cristiani quell'ideale è Cristo.