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LETTURE/ Ezra Pound, l'enorme tragedia del sogno

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Caravaggio, Il sacrificio di Isacco, particolare (1603) (Immagine dal web)  Caravaggio, Il sacrificio di Isacco, particolare (1603) (Immagine dal web)

Ancora una volta, è l'usura a ergersi come mostro tentacolare capace di assimilare e corrodere il vivere comune. Ma l'usura finanziaria e monetaria non è per Pound che una delle possibili espressioni di un'usura più profonda e più feroce, di quel possesso di sé che impedisce di donarsi e di servire realmente l'ordine delle cose. È un «dramma soggettivo», ci dice Pound, perché, come gli ha insegnato Scoto Eriugena, «tutto ciò che è, è luce» e il dramma di ogni frammento dell'essere è quello di riconoscere e accogliere la forma che gli è imposta da chi lo crea: «Sunt lumina/ ché il dramma è del tutto soggettivo,/ la pietra sa la forma che lo scultore imparte,/ la pietra conosce la forma» (Canto LXXIV, p. 12). 

L'usura, quindi. Ma prima e avanti tutto, l'usura di sé, il non dono, l'ansia di possedersi nel tentativo di farsi felici. È qui, ci dice Pound, il seme di ogni usura, di ogni tormento, di ogni guerra, ché se si è in guerra con se stessi non si può essere in pace con gli altri. Perché, ce lo ricorda il salmo, «un baratro è l'uomo e il suo cuore un abisso» e non c'è autodisciplina che regga, quando forte è il desiderio e misera la sua forma: 

Quanto meschini i tuoi odi,
nutriti di falso,
deponi la tua vanità,
avido di distruggere, avaro di carità
deponi la tua vanità,
ti dico, deponila.

(Canto LXXXI, p. 192)

Non è l'amore alle cose né la brama in sé, dice Pound, a farci usurai di noi stessi e del prossimo. È piuttosto l'amore distorto e pervertito, il desiderio immeschinito nelle cose piccole, nel potere di bottega, nell'esercizio quotidiano e sudaticcio del volere e dell'avere. Ché al contrario, quello che amiamo bene e profondamente, quello che amiamo di alto e vero, è ciò che resta in noi e di noi: «Quello che sai amare resta,/ il resto è scoria./ Quello che sai amare non ti verrà strappato./ Quello che sai amare è la tua vera eredità.» (Canto LXXXI, pp. 190-192). Ma come sa chiunque abbia amato almeno un istante, non è per scrupolo che capita di sapere amare, ma solo per il miracolo di un istante di realismo che ci fa conoscere l'oggetto del desiderio come un dono. Ecco allora che nella battaglia tra la brama e il fallimento, tra il desiderio del bene e la miseria degli esiti, sorge — in un miracolo di realismo — la domanda ultima: «Di chi, il mondo: mio, loro/ o di nessuno?» (Canto LXXXI, p. 192). 

È in questo istante di realismo che il peso dell'enorme tragedia, e della complicità offertale nel tentativo buono di contrastarla, può trovare un primo germoglio di pacificazione. Nell'accogliere sé e le cose come presenti prima e al di là della propria volontà, nell'accorgersi realmente che «[…] non fu l'uomo/ A creare il coraggio, o l'ordine, o la grazia» (Canto LXXXI, p. 192). Nell'accorgersi così che anche il desiderio è un dono e che il suo errore non è nell'esserci, ma nel fermarsi a mezza via, incosciente della sua natura infinita, diffidente che possa davvero compiersi: 



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COMMENTI
30/12/2014 - Pound e Pasolini (paolo camillini)

Su youtube Pasolini con Ezra Pound, legge i versi citati nell'articolo https://www.youtube.com/watch?v=Jyvf_G05m38 Commovente