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LETTURE/ Ezra Pound, l'enorme tragedia del sogno

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Caravaggio, Il sacrificio di Isacco, particolare (1603) (Immagine dal web)  Caravaggio, Il sacrificio di Isacco, particolare (1603) (Immagine dal web)

Una guerra, allora, e poi un'altra guerra: «L'enorme tragedia del sogno sulle spalle curve del contadino» (Canto LXXIV, p. 2). Una guerra annunciata, già scritta negli odi mai seppelliti della prima, un tumore covato negli anni, in quegli anni che Eliot diceva «largamente sprecati, gli anni entre deux guerres» (T.S. Eliot, East Coker, V). La tragedia di un mondo che — per l'illusione mortale di dire «mai più» — non seppe che moltiplicare violenza e perversione. 

Una tragedia collettiva che Ezra Pound assume nella propria tragedia personale, raccontandola nei Canti Pisani, scritti di getto tra l'estate e l'autunno del 1945 dal Disciplinary Training Center di Pisa. Lì viene imprigionato dopo essere stato prelevato nella sua casa di Rapallo il 3 maggio 1945; lì subisce, notte e giorno in una gabbia esposta alle intemperie, la prima umiliante vendetta da parte dei compatrioti per il suo «tradimento». Quale tradimento, è noto: l'appoggio ideale al regime mussoliniano e, soprattutto, i discorsi alla radio italiana in cui più volte, tra il 1941 e il 1943, si era scagliato contro la guerra, contro l'intervento americano e — orrore massimo — contro la politica di Roosevelt, che considerava miope e contraria allo spirito della Costituzione dei Padri.

Nella gabbia, il corpo di Pound ci resterà per tre settimane; ma è la sua mente, la sua anima, che da quelle sbarre ferite dal sole a picco non sapranno, né forse vorranno, più uscire. Ed ecco allora, perché la tragedia possa essere guardata, prima ancora che intesa, la caccia alle ragioni, a quel seme infelice dell'uomo che — cercando il bene — trova inevitabilmente in sé la pianta del male. L'apertura dei Pisani ci offre così un elenco conciso di vittime simboliche che tagliano la storia e il mito, il tempo e il senza tempo: il contadino con le spalle curve, il predicatore Mani conciato e impagliato, Mussolini e Claretta Petacci appesi «per i calcagni a Milano» e Digenes, «il due volte crocifisso», di cui Pound ci chiede «dove lo trovate nella storia»? (Canto LXXIV, p. 2). Immagini, queste immagini iniziali, con cui la tragedia dell'uomo urla tutto il suo schianto e il suo fragore; e allora, dice Pound, chiamate il mio amico Eliot, ditegli che aveva torto: il mondo finirà non con una lagna, ma con uno schianto, e quella che stiamo vedendo è la fine del mondo! Non costruiremo più, non riusciremo a tirar su la città di Dioce, la città di sogno «che ha le terrazze color delle stelle» (Canto LXXIV, p. 2).

Accanto alle vittime, insieme ad esse, ecco allora i colpevoli, i possibili colpevoli che Pound passa in rassegna a volo d'aquila, sempre avvicinandosi e sempre tuttavia distante dall'obbiettivo: l'inettitudine delle masse anonime («Temi iddio e l'idiozia della plebe», Canto LXXIV, p. 2); i finanzieri signori della guerra; i loro presunti antagonisti, in fondo complici: «Mai nel paese ad alzare il tenore di vita, disse Lenin/ ma sempre all'estero a incrementare i profitti degli usurai,/ e vendere cannoni aumenta il vendere cannoni,/ non s'ingorga il mercato degli armamenti/ non c'è saturazione» (Canto LXXIV, p. 10).



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COMMENTI
30/12/2014 - Pound e Pasolini (paolo camillini)

Su youtube Pasolini con Ezra Pound, legge i versi citati nell'articolo https://www.youtube.com/watch?v=Jyvf_G05m38 Commovente