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ARTE/ Testori e Toni Servillo, quando la "grande bellezza" prende corpo

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Interno di una cappella del Sacro Monte di Varallo Sesia (Immagine dal web)  Interno di una cappella del Sacro Monte di Varallo Sesia (Immagine dal web)

I grandi protagonisti di questa vicenda artistica, e di un amore viscerale — e come poteva essere se no? —, sono soprattutto Gaudenzio Ferrari (1475-1546) e Tanzio da Varallo (1582-1633). Per loro Testori spende tra le parole più alte che mai abbia usato. Parole che sarà difficile staccare da quelle opere, anzi: quelle opere non possono fare a meno di nutrire di esse la propria bellezza. Parlando delle statue di Gaudenzio per la cappella dell'Annunciazione, scrive, ad esempio: «Immagini il lettore di vedersi scorrer dinanzi i greci, Piero, Raffaello. Immagini ciò che di più celebrato, in fatto di canoni e di perfezioni, si sia realizzato; e vedrà come questo Angelo e questa Vergine tengano e come tengano proprio in quanto esprimono l'assoluto di un'altra verità: la verità appunto, del paese. Come se, all'immobile e all'eterno, potessero giungere solo l'Apollo o la dama di corte, e non anche questo giovane e questa ragazza, cresciuti all'aria fina e alla domestica luce (il Rosa è là dietro, coperto di ghiacci e di nevi)!».

Oppure, sentite qua, quando cerca di rendere l'idea di cosa siano le pareti della XXXIV cappella, quella con Pilato che si lava le mani: «Tanzio ha continuamente davanti a sé i colori della sua valle: ma non tanto la loro qualità ottica, quanto la loro sostanza materica. I bianchi dei ghiacci; gli azzurri e i rosa delle nevi; i neri dei precipizi (e quelli dei merli, quando scrollano d'improvviso i sottoboschi e volan via); le rocce; gli arbusti che vi crescono, abbarbicati, come per disperazione; i tronchi magri; le scorze; il pellame dei cervi; il cuoio delle bisacce; le ciotole; il pane; gli sterpi; i legni delle capanne e dei tavoli; lo strame; le paglie; le rotule dei ginocchi; le dita; i denti; gli occhi; gli occhi che fissano, scrutano, temono, invocano, protestano domandano. E poi, ancora e sempre, certi fiori di montagna: gli edelweiss, le aquilegie; i gigli, i cardi; i ciclamini».

È una vergogna amare queste parole senza aver mai visto, dal vero, ciò per cui sono state pensate. Ma è anche, e forse soprattutto, colpa di Testori. È lui che riesce a far amare ciò che non si è mai visto, ad accenderne un bisogno urgente, che impone di essere soddisfatto immediatamente. È già un godimento vedere in pagina certi particolari, certi volti, certe pennellate. Ma proprio per questo… Ecco, fate come me, armatevi del bel libro Testori a Varallo (Silvana Editoriale), fate il pieno di benzina e, meglio «ai tempo lucenti della primavera», fate una gita in Val Sesia. Chissà, magari ci vediamo lì.


PS. Per chi non abbia pazienza di aspettare primavera, ma si pone comunque il problema del freddo, si prepari alla gita al Sacro Monte andando a Napoli a vedere la bellissima mostra curata da Maria Cristina Terzaghi: Tanzio da Varallo incontra Caravaggio - Pittura a Napoli nel Primo Seicento (a Palazzo Zevallos, fino all'11 gennaio). Con un po' di fortuna si può incontrare il napoletano Toni Servillo. 

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