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LETTURE/ Anderious Oraha, "Una storia irachena": se rinneghiamo Dio, che cosa ci resta?

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31 gennaio 2005, Sadr City, Baghdad. Il sibilo, tragicamente familiare, di un colpo di mortaio, un'esplosione nel giardino di casa, i vetri che vanno in frantumi … «Un tiro più corto di due metri, due insignificanti metri, e saremmo tutti morti». Poi l'irruzione dei soldati americani, per "controllare" l'accaduto, e la rabbia, tanta rabbia per una vita che la grande storia, quella dei potenti che decidono del nostro destino, ha deciso di cambiare, in peggio. E le prime partenze: «La guerra civile tra sunniti e sciiti era divenuta così feroce, la vita così pericolosa che mio fratello Lazar, il pilastro della nostra famiglia, gettò la spugna e con la moglie e il figlio Mark emigrò in Siria; mio fratello Butrus lasciò Bagdad e si rifugiò a Shekan, nel nord, e così fecero le mie sorelle Amira e Samira. Un anno dopo anche mio fratello Koshaba lasciò l'Iraq. Chi non conosce il modo di vita orientale non può capire il dolore, la lacerazione di queste separazioni; contrastano con i nostri valori, le nostre abitudini, il nostro senso di appartenenza e di sicurezza. Ma come dar torto a chi decideva di partire se anche starsene a letto era diventato un azzardo?». 

Sono le parole con cui Anderious Oraha, nel suo racconto autobiografico, scritto con Martino Fausto Rizzotti (Una storia irachena, Vita di uno stringer cristiano in Medio Oriente, XY Editore, 175 p., 18 euro), ricorda il dramma della diaspora della sua famiglia, doppiamente colpita, dalla guerra e dall'odio anticristiano nell'Iraq di oggi. Andraus, come lo conoscono e lo chiamano i principali corrispondenti di guerra italiani, la guerra la conosce molto da vicino. È stato quattordici anni in servizio militare, ha combattuto il conflitto tra Iraq e Iran e ha vissuto le due guerre del golfo, lavorando, nel corso di queste ultime, prima con la Croce Rossa, poi come "stringer", vale a dire come interprete e come contatto con la realtà locale per la stampa e le troupes televisive italiane presenti in Iraq.

Era presente, con loro, a Fallujah e a Nassiriya, ha visto il sangue, le vittime, incontrato capi locali e ufficiali della coalizione occidentale, ha sentito dal vivo le dichiarazioni degli sceicchi e percepito la rabbia e l'odio contro gli invasori americani e i loro alleati e nel testo ricorda particolari di quei fatti tragici su cui, oggi, è urgente aprire gli occhi. Era presente a Baghdad durante tutta la guerra civile, coltivando contatti preziosi e conducendo trattative che gli hanno permesso di salvare molte vite. Era il loro occhio e il loro orecchio nella città, quando i giornalisti occidentali vivevano barricati negli hotel superprotetti, della zona di sicurezza. Non a caso il suo volume esce con prefazione di Giovanni Porzio (Panorama) e con testimonianze di Fausto Biloslavo (Il Giornale), Toni Capuozzo (TG5), Meo Ponte (Repubblica), Battistini (Corriere della Sera), Guido Alfieri (Il Messaggero), Massimo Dell'Omo (Repubblica).



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