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IDEE/ Capograssi e Carnelutti: il diritto dalla norma all'esperienza

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Attraverso essa si è compreso che bisognerà concentrarsi sulla centralità del soggetto agente e sull'impellenza di rinvenire un dispositivo teorico trascendentale, in grado di creare presupposti di concordia e condivisione a base universalistica, tra le molteplici volontà dei soggetti agenti (elenco per definizione "aperto", non esauribile all'atto del formalizzarsi degli effetti della prima dichiarazione di volontà). Molti i temi che Capograssi lascia allo studio dei posteri: i rapporti tra fede e scienza, analizzati negli anni Dieci del XX secolo; prima, ben prima, della Marcia su Roma, la considerazione critica sulla caducazione del modello d'autorità dello Stato post-unitario; i dubbi a largo raggio sull'affermazione di una cultura solo presuntiva dell'individualismo, per cui la riflessione da essa postulata non sarebbe sulla persona, ma sulla mera accumulazione. 

Non meno versatile ci sembrano gli interessi ermeneutici di Francesco Carnelutti, anche per l'oggettiva varietà dei temi trattati, stavolta con un più incisivo rapporto ai temi del contenzioso giuridico e della riforma puntuale di aspetti specifici del diritto vigente. E se nell'incipit del percorso teorico carneluttiano, soprattutto in materia di diritto commerciale, appare già profilarsi una nozione di impresa che sarà di gran lunga diversa dall'immagine codicistica difesa da Mussolini (impresa e circolazione dei beni, da un lato; impresa e nazione, dall'altro), le intuizioni più limpide sono rinvenibili nella dogmatica civilistica, nella teoria del processo e nel contributo offerto a un garantismo penale post-costituzionale. 

Quanto al primo ambito, la sistematica di Carnelutti, che lo stesso studioso non concepiva con metodo hegeliano, insensibile alle fenditure dell'esperienza e, perciò, cristallizzato e immutabile già all'atto stesso di proporsi, ha lasciato tracce evidenti anche al livello del lessico giuridico: un intero dizionario del diritto privato può sorreggersi sulle riflessioni di Carnelutti in materia di obbligo, di onere, di facoltà, di potere, di diritto soggettivo e di soggettività, senza apparire affatto sorpassato (almeno nell'enucleazione delle grandi categorie all'interno delle quali il giurista prova prudentemente ad analizzare il diritto per come è, per come sta accadendo). 

È bene chiarire, però, come le pagine di Carnelutti sulla teoria della pena e del reato siano ancor maggiormente attuali, affermandovisi una concezione non rigidamente sanzionistica del diritto, attenta alla condizione del reo e a quella area effettuale del diritto processuale penale che è l'esecuzione penale (secondo una metodologia oggettivistica, quanto all'individuazione dei criteri adottati nel comminare la pena, all'interno di una cornice edittale; secondo una metodologia soggettivistica, nel ravvicinamento delle garanzie formali, generali e astratte, alla singola esperienza di esecuzione della pena). 

Per tali ragioni, che costituiscono semplicemente un possibile sommario dei frammenti della riflessione giuridica dove il contributo culturale cattolico di Carnelutti e Capograssi risulta più convincente e da dovere essere ripensato e riconsiderato anche nel contesto laico-secolare odierno, aprire un sereno dibattito sui meriti e (perché no?) pure sui limiti delle teorie dei due studiosi vorrebbe forse dire avvicinarsi, in concreto, allo studio di problemi materiali del vigente ordinamento giuridico italiano. 



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