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IDEE/ Capograssi e Carnelutti: il diritto dalla norma all'esperienza

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Il contributo culturale cattolico è stato analizzato, a volte con la giusta incisività, altre riprendendone (in bene e in male) le formule più schematiche e abusate, nell'interezza delle discipline dove ha potuto essere visto all'opera. L'attualità degli ultimi mesi, non solo italiana, rende nuovamente e sempre di più di interesse la riflessione sul diritto e sull'apporto culturale della dottrina cattolica alle nostre istituzioni giuridiche: essendo, ormai, fortunatamente chiaro che è nella inadeguatezza di alcune di loro, e perciò nella loro percepibile e doverosa modificabilità, che vanno approntare le soluzioni per affrontare la crisi sociale, economica e civile dell'Italia dell'ultimo decennio. 

Rileggere la riflessione di alcuni giuristi cattolici, anche quando risalente negli anni, implica l'opportunità, mai così utile, di vedere se i guasti con cui ci misuriamo oggi furono effettivamente indicati per tempo dalla dottrina più accorta, e se in quella stessa dottrina possono essere rinvenuti gli strumenti concettuali o, in alcuni casi, le opzioni concrete per superare l'attuale fase di stallo. E la riconsiderazione critica, sotto il duplice profilo pratico e teorico, non può che partire (anche se molti altri itinerari sarebbero plausibili e condivisibili) dal lascito intellettuale di Giuseppe Capograssi (1889-1956) e di Francesco Carnelutti (1879-1965), per la specificità dell'opera di ciascuno, prima ancora che per il comune impegno nella fondazione dell'Unione dei Giuristi Cattolici Italiani, arrivata, per altro verso, in un periodo storico a dir poco emblematico. 

Mentre l'Ucgi veniva alla luce, si registravano: l'avvento dello stato costituzionale (e sociale) di diritto, la difficile ricostruzione del Paese dopo la guerra, la necessità di superare, oltre alla limitazione delle libertà politiche, sociali e civili, anche gli steccati dottrinari dichiaratamente e formalisticamente giuspositivistici che avevano anche inconsapevolmente legittimato un percorso politico esasperatamente decisionistico e, conseguentemente, destinato a sfociare in prospettive di chiaro taglio autoritario.

In particolar modo, Giuseppe Capograssi intuì come potesse e dovesse cambiare lo studio del diritto, la sua metodologia, da una rigida immanenza schiacciata su una visione marcatamente organicistica della comunità politica alla valorizzazione della persona, nel nuovo sistema costituzionale e nell'urgente rivivificazione interpretativa che ciò comportava rispetto al Codice Civile del 1942: come traghettarlo nel nuovo ordine, cioè funzionalizzarne gli istituti positivi al mutato assetto politico e alle innegabili trasformazioni che volevano essere introdotte nell'ordinamento?

Capograssi parte dal passaggio precedente: dal diritto della norma al diritto dell'esperienza. Non per farne una teoria giusrealistica (la quale, se parte dall'osservazione dei rapporti di forza in un contesto dato, non riesce a presentarsi come effettivamente diversa dalle tendenze più ambigue del positivismo), bensì per approdare ad un giusnaturalismo ispirato ai valori cristiani, ancorché fondamentalmente condivisibile pure sulla base di piattaforme concettuali totalmente laiche, se non quando ateistiche. 

Il lascito di Capograssi non è materiale d'archivio, anzi è fonte di una riflessione che ha valicato la stretta dichiarazione di discendenza teorica dalla dottrina dell'esperienza giuridica e dall'opera capograssiana in senso stretto.  



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