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HANNAH ARENDT/ Come si spiega il male "banale" di Eichmann?

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Adolf Eichmann (1906-1962) (Immagine d'archivio)  Adolf Eichmann (1906-1962) (Immagine d'archivio)

Certo, la tesi arendtiana della banalità del male è controversa e deve essere criticata. Ma essa merita di essere discussa perché genera per sua intrinseca virtù un atteggiamento anti-ideologico evitando di oggettivare il male, di identificarlo con un gruppo etnico o sociale o politico, ma rimanda alla responsabilità personale di ognuno. Il male non è fuori ma dentro ognuno di noi.

Il male, dice la Arendt al termine del film, è come un fungo. Esso è capace di diffondersi su una superficie assai ampia in poco tempo, se trova le condizioni ambientali propizie. Ma non ha radici. Solo il bene è profondo e può quindi essere radicale. Esso infatti si radica nella profondità dell'animo umano, laddove il pensiero si muove ininterrottamente alla ricerca del senso, in sinergia con l'immaginazione e la memoria. Solo tale pensiero profondo (di cui Eichmann era manifestamente incapace) può preparare il giudizio, vale a dire la presa di posizione pubblica, e quindi l'azione.

Alla fine del suo libro dedicato al processo Eichmann la Arendt cita il caso di Anton Schmidt, il sergente della Wehrmacht che durante l'ultimo conflitto mondiale aiutò i partigiani ebrei polacchi per poi finire arrestato e giustiziato per tradimento. Un esempio che la filosofa tedesca nel 1963 reputava più unico che raro. In realtà noi oggi — grazie anche e soprattutto all'attività della Foresta dei Giusti nel mondo di Gabriele Nissim (www.gariwo.net) — sappiamo che il numero di persone che si opposero al nazismo e che aiutarono gli ebrei è molto più grande di quello che la Arendt potesse immaginarsi. Alla loro memoria sarà dedicata la seconda giornata dei Giusti che si celebrerà in tutta l'Unione europea il 6 marzo prossimo. Nella speranza che tutto ciò serva ad approfondire le radici del bene per affrontare le nuove e subdole tentazioni totalitarie del terzo millennio.

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COMMENTI
01/02/2014 - Il male (luisella martin)

Quando ero bambina l'idea che il male fosse dentro di me, mi sembrava orribile. Mi pare bella invece l'idea letta nell'articolo, del fungo che cresce, senza radici, quando trova un terreno favorevole. Mi sembra avvicinarsi alle parole che usa Gesù quando dice che è dal cuore che vengono tutti i "pensieri malvagi" (non il male!) che portano al male (Matteo 15-19).

 
01/02/2014 - tutto giusto; ma... (loris SOleri)

tutto giusto, anzi! è raro leggere questi giudizi. Ma anche la ricerca dell' "uomo giusto" solo perché ha salvato gli ebrei è diventata spesso ideologica. Buoni e cattivi. Con l'unico criterio del "semitismo o anti". Questa non è la banalità del bene? Al contrario ormai sono noti i casi (innumerevoli e innumerabili) in cui ebrei hanno venduto e tradito altri ebrei. «È da lungo tempo che il sionismo ha smesso di occuparsi di quello che è bene per gli Ebrei. Al contrario, quello che interessa al sionismo è l’esatto opposto: far sì che gli Ebrei patiscano, abbandonino le proprie case e vadano in Israele. È per questo che qualsiasi sprazzo di antisemitismo (1) riempie di leggerezza i cuori dei Sionisti. Il Sionismo ha bisogno degli Ebrei per far crescere la popolazione ebraica e la potenza dell’esercito di Israele, ma non a vantaggio degli Ebrei... Come esseri umani essi non si interessano né di Israele né del Movimento Sionista». Boaz Evron, giornalista, Yediot Ahronot 04/04/1991 Si rimanda alla vicenda di Rudolf Kastner, dirigente del «Comité de Sauvetage de l’Organisation Mondiale Sioniste»