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DARWIN/ Se il caso ha "creato" il mondo, perché siamo ancora qui?

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Charles Darwin (1809-1882) (Immagine d'archivio)  Charles Darwin (1809-1882) (Immagine d'archivio)

Idee nuove, un po' balzane, che il nostro partorì (forse come secrezioni del cervello) mentre si avviava verso la vecchiaia? Macché, nulla di nuovo: la riproduzione umana regolamentata (dallo Stato?) era già stata teorizzata quasi un secolo prima. È del 1798, infatti, il famoso "studio" di Malthus, pastore anglicano, il teorico della sovrappopolazione, che, tra le sue tante perle di saggezza, propose anche la limitazione della riproduzione tra le classi inferiori. Eccellente strumento per eliminare la povertà, quello di eliminare i poveri. 

Di fatto, il parlamento inglese era molto sensibile a tutte le suddette idee "magnifiche" e "progressive" e ai tempi di Darwin si era già messo in moto da diversi anni in tal senso: per dirne una, nel 1834 aveva istituito le workhouses, case di lavoro coatto per gli indigenti, più simili a carceri che a ospizi. La novità interessante, rispetto a tutte le soluzioni precedentemente adottate per "soccorrere" i poveri, era che uomini e donne andavano rigorosamente divisi; compresi, ovviamente, i coniugi. Così si tentò di limitare la riproduzione degli "animali peggiori". 

Il nostro naturalista-biologo affondò dunque le sue radici in un terreno fertile, pronto ad accogliere la sua teoria rivoluzionaria, secondo cui il mondo non sarebbe stato creato da Dio ma dal caso, che però selezionerebbe le specie in modo intelligente, secondo un criterio che porta sempre al miglioramento.

Sinceramente, qualcosa sfugge. E, comunque, se questi sono i padri della società moderna, tanti auguri a tutti noi. 



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