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LETTURE/ "Da Stalin a don Carlo Gnocchi, il mio incontro con Eugenio Corti"

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Stalin (Infophoto)  Stalin (Infophoto)

Il mio "secondo pezzo" va allo stupore di Ambrogio e a quell'amore da lui presagito ancor prima di avere un volto preciso a cui indirizzarlo, nell'ora estiva trascorsa cercando di immaginare, figurandosela, la ragazza sconosciuta che sarebbe stata un giorno sua moglie. Senza preoccupazioni, ma con fiducia, sicuro che lei sarebbe arrivata, con la fermezza di ragazzi un po' rozzi forse, ma gentili e onesti, che, con le parole di Pier Paolo Pasolini, "non aspettavano altro che il momento di amare una donna". 

Il "terzo pezzo" è per la riscoperta Brianza. Dal Cavallo Rosso con la sua prospettiva internazionale si è risvegliato anche l'attaccamento per questo paese, fatto di piccole città che si affiancavano ai campi senza sovrastarli. Eugenio ha riaperto quel mondo che da bambina ascoltavo rapita dalla bocca dei miei nonni, fatto di piccoli gesti, di fiori rubati dai giardini dei vicini per essere donati all'amata, di corse a perdifiato nel cortile sotto lo sguardo vigile dei parenti. C'era poi il tempo della guerra che negli occhi dei nonni si vede ancora, un mondo lontano del quale non posso avere un ricordo ma di cui serbo, attraverso quelle storie, una memoria. È la sensazione dominante nella lettura del Cavallo Rosso, quella di sentirsi a casa, con il profumo del fuoco che arde nella stufa, con un cantastorie (tanto simile agli aedi omerici) che racconta di questa terra mutevole, dura, ma spesso anche generosa. E non si può non accorgersi come a renderci familiare la nostra terra, sia uno che l'abbia fissata, scrivendola, entro termini di tempo e spazio storicamente irripetibili (qualcuno potrebbe dire passati), sapendola rendere quasi più consistente di questa che noi non sappiamo chiamare patria. La mia generazione ha bisogno di rimpararlo, perché io per prima vorrei avere rispetto, innamorarmi di questo preciso momento storico e del popolo che lo abita.

A Michele sotto al Duomo lascio un "quarto pezzo", per avermi insegnato che non vi è una netta differenza tra il lavoro dello scrittore e quello di uno scultore. Materia grezza che emerge modellata nelle pieghe e nelle sporgenze della pietra, resa nuova perché privata dell'eccesso, rispettata nelle sue incrinature. Un mestiere nobile, scelto da Eugenio come promessa alla Madonna, le cui colonne portanti non possono che essere la Verità e la Bellezza: "Ogni tanto alzava gli occhi ai fastigi del duomo, che gli apparivano da prospettive diverse: dovunque sulle guglie gotiche c'erano statue, fatte dello stesso marmo delle pareti, erano centinaia e centinaia. Pensò ai maestri scalpellini che le avevano scolpite: uomini sconosciuti i quali, qui e altrove, avevano spesa la vita intera, soprattutto nel medio evo, a scolpire con pazienza, e spesso con arte mirabile, le statue delle cattedrali, anche quando sapevano che una volta issate al loro posto, nessuno avrebbe potuto ammirarle: nessuno, tranne Dio. Lui dopo tutto non si era sempre considerato uno scalpellino? Sebbene scolpisse pagine anziché pietra".



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