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LETTURE/ "Da Stalin a don Carlo Gnocchi, il mio incontro con Eugenio Corti"

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Stalin (Infophoto)  Stalin (Infophoto)

L'ultimo pezzo di cuore è tutto per quel "ci volevamo bene" alla base dei rapporti quotidiani che Eugenio racconta, inscindibile da una chiara coscienza cristiana: "Specchio, minimo come il luccichio di un granello di sabbia al sole, della gioia e del colore che stanno nella mente di Dio". Nelle preghiere della madre di Stefano che sa del cuore perso del figlio, nelle parole di don Carlo Gnocchi al fronte, chiare immagini visive che inseguono e segnano le minime vibrazioni dell'animo umano, guardando anche al regime sovietico, così facilmente disumanizzabile, ridando la logica tutta coerente di uno Stalin che vorrebbe trascinare il paradiso in terra e togliere il male dal cuore umano. 

Una tentazione di distorsione che è moderna, che somiglia terribilmente al dramma del potere dei nostri tempi: "Abbiamo trasformato l'ambiente e ciò nonostante gli uomini ostinatamente si rifiutano di trasformarsi; ecco, sono loro, gli uomini, che non rispondono. Tutta quanta la restante materia docilmente si trasforma: invece la materia uomo resiste caparbia". Perché la spada che ultimamente Stalin accusa di fermare puntualmente e ributtare indietro le fatiche dell'ideologia, davanti alla quale qualsiasi potere teorico deve inchinarsi, è quella che Olga, ed Eugenio Corti attraverso di lei, impugna e difende dandole luce perenne: "Che blaterate voi di rifare il mondo? Ma lo sapete voi cos'è il mondo? Ogni uomo è un mondo, rendetemi il mio. Randetemi Jascia, voi, suo padre, che lo avete assassinato. Rendetemi i suoi occhi dolorosi, la sua fronte. E la sua bocca ora, sì, ora che torna la primavera. Anche la sua tristezza io rivoglio… la disperazione che lo tormentava perché non poteva difendermi da voi. Rendetemi il suo passo malinconico sulla strada, la sera". 



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