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LETTURE/ "Da Stalin a don Carlo Gnocchi, il mio incontro con Eugenio Corti"

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Stalin (Infophoto)  Stalin (Infophoto)

Il primo acerbo ricordo che ho di Eugenio Corti sono le farfalle in trincea. Era una sera di marzo della terza liceo, quando mi vennero affidate poche righe da recitare de Gli ultimi soldati del Re, ancora presente è il timore con il quale ne avevo affrontata la lettura. Parole apparentemente lineari, dentro le quali il fascino era nato senza accorgersene. Farfalle che, belle ed effimere, si posavano sui bordi della trincea, cercandosi e amandosi nella precaria grazia destinata a svanire da lì a un giorno, con la pretesa di essere specchio dell'esistenza di Dio, "inconsciamente liete del miracolo grande dell'estate di cui facevano parte". 

Ricordo l'incanto per quella maniera titanica di vedere nell'insetto una tale fusione di ordini di grandezza, il "concretamento di qualcosa che la trascendeva infinitamente" presente in lei quanto in noi esseri umani, che si riconosce soltanto nei grandi autori. Dietro a quell'immediata attrattiva derivò l'esigenza di leggere Il Cavallo Rosso e poi di prendere parte alla resa teatrale di Processo e morte di Stalin, tragedia cortiana a lungo censurata. 

Ebbe un'influenza rilevante sulla mia adolescenza agitata leggere dell'integrità di quegli uomini, (limitato sarebbe definirli personaggi) nei quali non pareva essere stato eliminato nulla, la cui scala di sentimenti umani veniva suonata interamente negli aspetti dell'estrema miseria, della fame e dello spossamento della guerra. 

Mi affezionai a due grandi figure femminili alle quali va sicuramente il mio "primo pezzo" di cuore, per chi ricorda il canto alpino in onore del Capitano Grandi. Olga Goliscéva, moglie di Jascia, nuora di Stalin incapace nella sua semplicità di essere "amica e oppositrice" del regime e Colomba, ragazza dalla bellezza singolare innamorata di Manno, accumunate pur a distanza di centinaia di chilometri dalla nobiltà d'animo e da una modestia quasi guerriera. Complicate forse più delle figure maschili, ma con una capacità di visione delle cose molto più semplice: "La conosco bene, questa atroce compagnia, la solitudine, è da otto anni, giorno dopo giorno, la mia compagna inseparabile. Ma che posso fare io per vincere la vostra, padre Stalin?" La voce di Olga di fronte all'inaspettata debolezza di Stalin incarnava tutta la potenza dell'incontro a tu per tu avvenuto attraverso le pagine cortiane. Era la grazia di quelle donne russe e brianzole, la loro volontà umile di seguire un ideale antico e giusto, che le faceva protagoniste nel mondo, strette attorno alle sventure dei mariti, sperando e avendo chiara la grandezza della loro condizione: "Non lo capite, padre Stalin, che io sono nata proprio per questo: perché qualcuno abbia bisogno di me? È questo, io credo, essere donna". 



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