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RUSSIA/ "Capire guardando": lo straordinario viaggio nella storia di A. Sokurov

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Una scena dal film "Arca russa" di Sokurov (Immagine d'archivio)  Una scena dal film "Arca russa" di Sokurov (Immagine d'archivio)

Se c'è una premessa assolutamente imprescindibile per il bellissimo film Arca russa (2002) di Alexsandr Sokurov è che si può voler davvero raccontare soltanto ciò che si ama. Il film nasce infatti dal desiderio di raccontare la storia della Russia moderna: delle sue catastrofi e delle sue risalite, delle sue ecatombi e delle sue rivoluzioni, dei suoi imparagonabili rovesciamenti di prospettiva storica; ma anche del suo carattere e della sua struttura, dei suoi vizi e dei suoi difetti, dei suoi problemi e delle sue intime grandezze. 

Volendo raccontare la storia della "sua" Russia, Sokurov ci introduce ad un concetto più ampio e più vero di "storia": non (solo) una successione di eventi più o meno grandiosi, ma la parabola di un tentativo esistenziale, una costellazione di dettagli, il delinearsi complesso e delicatissimo di una fisionomia – che non si sa se sia "buona" o "cattiva": il punto fondamentale è che sia quella, che sia lei. Sokurov ci fa intravedere una forma d'amore ad un luogo, ad una cultura, ad una tradizione che l'Occidente ha in molte occasioni smarrito: un amore che ama il suo oggetto anche con tutti i suoi difetti e i suoi errori, e tuttavia senza mai prescindere da quelli; un amore in cui la coscienza di un'appartenenza risulta più profonda di un pur legittimo elenco di torti storici. 

Arca russa è un capitolo molto noto nella storia del cinema, e non solo per i suoi pregi estetici, ma anche per una sua evidentissima peculiarità tecnica: il film è infatti tutto un lungo, ininterrotto piano-sequenza – l'inquadratura non "stacca" mai, non c'è montaggio; l'occhio della cinepresa (che è poi la "soggettiva" del protagonista) si apre all'interno del Palazzo dell'Ermitage, per due secoli residenza degli zar e poi – dopo la Rivoluzione d'Ottobre, nel 1917 – grandioso museo internazionale, splendido omaggio all'arte e alla cultura europea. 

Nessuna spiegazione sul perché ci si trovi lì, sul perché di questa bizzarra compresenza di più tempi diversi (sembra che il secolo muti a seconda della stanza o del corridoio in cui ci si trova), nessun motivo logico perché l'unica compagnia di questa strana visita sia quella di un diplomatico francese elegante e capriccioso, il marchese Astolphe de Custine; come la vita, verrebbe da dire: il film si snoda come un'irruzione piena di stupore in un mondo riconoscibile, ma non tutto spiegabile con la logica, in cui il compito unico e principale (proprio per via di questa "non spiegabilità" di fondo) è proprio quello di capire; di capire guardando



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