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1984-2014/ Casaroli-Craxi, una doppia "firma" che ha fatto bene alla Chiesa

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Il card. A. Casaroli e B. Craxi firmano il nuovo Concordato (Immagine d'archivio)  Il card. A. Casaroli e B. Craxi firmano il nuovo Concordato (Immagine d'archivio)

Quando si parla di Concordato tra la Santa Sede e lo Stato italiano, la maggioranza delle persone pensano subito ai Patti Lateranensi stipulati nel 1929 tra papa Pio XI e l'allora capo del governo italiano Benito Mussolini, che indubbiamente costituirono una soluzione di continuità netta nella storia del nostro Paese per le vicende politico-diplomatiche connesse alla Questione Romana. Dal loro canto, i canonisti e qualche storico dell'età moderna tenterebbero probabilmente di riandare all'archetipo di questi accordi bilaterali tra Chiesa e Stato, ovvero il concordato che venne sottoscritto nel luglio del 1801 tra Napoleone Bonaparte e papa Pio VII per porre fine ai conflitti religiosi aperti dalla Rivoluzione francese. 

Comunque sia, pochi, se non fra gli addetti ai lavori o gli storici dell'età contemporanea, chiamerebbero da subito in causa invece l'accordo tutt'oggi vigente, cioè il nuovo Concordato firmato dal card. Agostino Casaroli e dal presidente del Consiglio dei ministri Bettino Craxi nel 1984, di cui oggi ricorre il trentennale. 

Il Concordato "bis" – il cosiddetto patto di Villa Madama – si configurò in sostanza come un accordo-quadro di principi fondamentali che andavano a regolare l'indipendenza nei rispettivi ordinamenti dello Stato e della Chiesa, e giunse al termine di diciassette lunghi anni di negoziati. In effetti, si trattò innanzitutto di dare compimento a un processo di semplificazione amministrativa, in via di sostituzione del precedente testo composto di ben 45 articoli, che sino allora avevano regolato minuziosamente svariate materie dell'ordinamento civile, dalle feste religiose alle nomine dei vescovi, dalle esenzioni del clero ai contributi finanziari, dalle scuole alle esclusioni per gli ex preti dall'insegnamento pubblico. Così nel 1984 si approvò un testo più breve, fondato prevalentemente sugli aspetti strettamente necessari al buon funzionamento delle relazioni reciproche tra le due istituzioni. Il nuovo accordo ottenne anche il placet dell'opposizione attraverso il parere favorevole del Pci, ma non quella del Partito liberale, ad attestazione di una chiara dicotomia valoriale che non seguiva il perimetro delle contrapposizioni parlamentari italiane (Dc-Pci) di carattere sociale, piuttosto quello di antiche visioni contraddittorie tra etica cristiana ed visione laica di matrice positivistica.

Eppure il nuovo Concordato muoveva, nei suoi principi istituzionali, in direzione di uno scostamento dalla visione confessionale del 1929, dove i patti si potrebbero, con buona approssimazione, considerare come un'incarnazione del principio della religione di Stato. Sebbene, infatti – come del resto previsto dal testo costituzionale della Repubblica all'articolo 7 –, non si fossero rese necessarie procedure di riforma della stessa Costituzione, di fatto il testo dei nuovi accordi innovava profondamente quello del 1929: si dovettero innanzitutto prendere in considerazione i mutamenti istituzionali intercorsi nel diritto di famiglia della Repubblica, come ad esempio l'introduzione della legge sul divorzio, e furono tagliati orpelli burocratici ormai desueti come l'approvazione governativa delle nomine ecclesiastiche. In tutto ci si mosse in un'ottica di separazione di competenze che doveva andare a rafforzare le reciproche identità di Stato e Chiesa, nei rispettivi perimetri istituzionali. 



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