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SCIENZA & FEDE/ La "sfida" a Darwin dell'evoluzionista (cattolico) De Filippi

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De Filippi aveva però già valicato, l'anno precedente, uno stretto di Gibilterra ancora più significativo, che avrebbe fatto di lui, evoluzionista cattolico, appassionato lettore di Dante e Manzoni, il simbolo stesso dell'ingresso della cultura italiana nella modernità post-darwiniana. L'anno prima di imbarcarsi era divenuto infatti anche il più discusso naturalista del panorama culturale italiano, per aver pronunciato la famosa lezione dell'11 gennaio 1864 su L'uomo e le scimie. Con essa si era inaugurato il dibattito sul darwinismo e sull'origine dell'uomo, in un contesto multiforme, nel quale sarebbero entrati materialisti, spiritualisti, rosminiani, gesuiti, neotomisti, modernisti, metafisici, metapsichici, positivisti, monisti, liberi pensatori, sacerdoti, vescovi, letterati, artisti, statisti, economisti, liberali e socialisti, conservatori e progressisti. 

La "conversazione scientifica" di De Filippi, che tanta costernazione aveva suscitato nel pubblico, era però ispirata manzonianamente ad una recisa distinzione di ambiti, che solo così egli riteneva si potevano reciprocamente illuminare. Nella Appendice alla conferenza torinese, mentre difendeva la verità scientifica offerta da Darwin, allo stesso modo metteva in guardia dall'uso metodologicamente improprio dei due diversi linguaggi, scientifico e religioso, una volta che venissero impiegati per confutare o sostenere fatti di ordine diverso da quelli di reciproca pertinenza. "La filosofia naturale non ha nulla a che fare colla rivelazione, non può adoperarsi né a favore né contro di essa. I razionalisti fanno cattivo uso della ragione, quando studiano l'opposizione de' risultai scientifici alle credenze od ai sentimenti religiosi, come questa opposizione fosse per sé un criterio probativo di verità fisiche; ed i teologi fanno male alla religione quando vogliono darle sostegni che essa non chiede, dei quali non abbisogna, e che, essendo concessi assolutamente alla libera discussione, possono essere rovesciati".

Mentre l'ecclesiastico Darwin aveva dialogato da naturalista con la teologia naturale di Paley, lo scienziato cattolico De Filippi aveva avuto come riferimento soprattutto l'umanesimo del Manzoni, che allora era scrittore di fama internazionale anche presso i più noti scienziati-letterati, come Goethe, che traduceva le sue poesie, o Alexander von Humboldt, l'idolo di Darwin, che gli aveva offerto nel 1844 l'onorificenza dell'Ordine al Merito da poco istituita in Germania. 

De Filippi aveva scelto di rendere esplicito il suo debito letterario già nel 1855, citando una delle opere teoricamente più mature di Manzoni, e debitrice proprio del Rosmini, il Dialogo dell'Invenzione. Quel particolare dialogo veniva posto ad epigrafe di uno scritto che già trattava dell'evoluzione, inserita però nel contesto della teoria di Cuvier, che spiegava i mutamenti naturali con catastrofi e diluvi, in diretto riferimento al diluvio di Noè narrato nella Bibbia. Darwin, come è noto, nutriva una particolare avversione per diluvi e catastrofi di ogni tipo, perché inficiavano la sua visione lenta e gradualista dei fenomeni, e che egli interpretava alla stregua di inopportune intromissioni di linguaggi non scientifici in un ambito riservato alla verifica delle sole cause naturali. 



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COMMENTI
22/02/2014 - imparare (luisella martin)

Quante cose riportate, confrontate, scritte in questo articolo,non sapevo; informazioni che mi sarebbero state utili quando insegnavo anche scienze, oltre che matematica, e venivo - ahimé senza saper opporre che deboli argomenti - derisa dai colleghi di scienze, tutti molto schierati. Grazie!