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DON GIUSSANI/ "Una cosa dell'altro mondo, in questo mondo"

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Luigi Giussani (1922-2005) (Immagine d'archivio)  Luigi Giussani (1922-2005) (Immagine d'archivio)

Molti anni dopo, in occasione dei funerali di Giussani, sarà il cardinale Joseph Ratzinger a ricordare nell'omelia la nascita dello Studium Christi: «Il loro programma era parlare di nient'altro se non di Cristo, perché tutto il resto appariva come perdita di tempo. Naturalmente ha saputo poi superare l'unilateralità, ma la sostanza gli è sempre rimasta. Solo Cristo dà senso a tutto nella nostra vita; sempre don Giussani ha tenuto fisso lo sguardo della sua vita e del suo cuore verso Cristo. Ha capito in questo modo che il cristianesimo non è un sistema intellettuale, un pacchetto di dogmi, un moralismo, ma che il cristianesimo è un incontro, una storia di amore, è un avvenimento».

Monsignor Citterio fornisce alcuni particolari sulla nascita del gruppo: al liceo «sentii di questo Studium Christi, che avevano fondato Giussani, Manfredini e il primo dei morti della classe, un certo De Ponti». «Questo Studium Christi nacque per diverse esigenze, non dette dai fondatori, ma chiarissime. Prima di tutto alla loro vivacità non bastava il ritmo, sia pur molto pesante, degli studi liceali, non bastava neppure l'imparare dalla scuola di religione in seminario, che era fatta bene. Sentivano il bisogno, per così dire anticipavano l'esigenza di essere anche attivi, esigenza data dagli stessi alunni e poi interpretata dagli educatori. Poi la terza esigenza, che a me sembrò veramente bellissima, perché veramente provvidenziale e molto profonda, era una diversa impostazione della vita di pietà, l'esigenza di passare dalla fedeltà alla pratica di pietà all'incontro con la persona di Cristo. Può sembrare che sia la stessa identica cosa, invece c'è un abisso, perché le pratiche di pietà possono essere e devono essere il veicolo, la strada, la via per arrivare a Cristo, per arrivare a Dio, ma possono essere anche una parete, una parete che arresta».

Manfredini e amici siglano questa sorta di patto: «Tutto per Cristo».

 […]

I dialoghi tra i compagni dello Studium Christi si fissano nella mente di ciascuno in maniera indelebile, tanto che Giussani li rievoca in più occasioni: «Mi ricordo una volta sulla scala [del seminario; nda], mentre stavamo scendendo in chiesa in silenzio, perciò trasgredendo la regola, Manfredini mi disse: "Però, a pensare che Dio è diventato un uomo come noi...". Sospese la frase, che mi rimase impressa, tant'è che ve la ridico: "Che Dio sia diventato uomo è una cosa dell'altro mondo!". E io aggiunsi: "È una cosa dell'altro mondo che vive in questo mondo!", per cui questo mondo diventa diverso, più sopportabile. Diventa più bello. Infatti alla passione per Cristo, in Manfredini, quella che immediatamente per così dire conseguì, quasi bruciando il terreno su cui dapprima fioriva, fu la passione per gli uomini, la passione per il destino degli uomini, la passione per il senso della vita che gli uomini non sanno, cui gli uomini non pensano. "Chissà – diceva, non dico piangendo, ma quasi – che cosa sarà di questi giovani che passano dagli oratori, chissà che cosa sarà della gente che va in chiesa, se non afferrano che ciò che riveriscono, ciò che pregano, ciò che pensano, rappresenta il significato di ciò che vivono, della giornata a cui ogni giorno aprono gli occhi! Se non pensano a questo, che vita conducono? Quando l'obiezione insorge o quando l'alternativa alla sete di felicità e di piacere si afferma, come potranno vivere? Come possono vivere?"».



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