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LETTURE/ Elizabeth Anscombe, passione umana per il vero

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Gertrude Elizabeth Margaret Anscombe (1919-2001) (Immagine d'archivio)  Gertrude Elizabeth Margaret Anscombe (1919-2001) (Immagine d'archivio)

Più in generale questa corruzione si esprime in un disinteresse per i fini in etica (de finibus non est disputandum), in un relativismo secondo cui bisogna adeguarsi continuamente ai nuovi standard di vita, e in un ideale di giustizia antiplatonico secondo cui non sarebbe necessario che i singoli siano giusti, ma è sufficiente che lo sia il complesso della società.

Ma la critica della Anscombe alla filosofia morale allora dominante si manifesta più esplicitamente nel famoso saggio Modern moral philosophy, sebbene non solo in questo, come:

– critica all'idea di ragione di Hume, autore che pure ella stima come interlocutore. Si critica la divaricazione fatti-valori, perché i fatti sono sempre inseriti wittgeinstianamente in un contesto relazionale. In particolare, di Hume Anscombe critica lo strumentalismo, la netta distinzione-divaricazione di fini-emozioni da un lato e mezzi-ragioni dall'altro. Vi sono motivazioni per agire che non si riducono agli aspetti conativi. Una virtù come l'essere giusti può essere una di queste. Ella si rifà – contra Hume – alla distinzione di Tommaso d'Aquino tra tendere al bene e tendere al bene "in quanto bene" che è tipica dell'uomo grazie al linguaggio e alla ragione. Particolarmente significativo è il caso di alcuni atti che per la loro interna logica impegnano in prima persona, specialmente dell'atto di promettere tematizzato da Anscombe e ripreso da Foot con l'esempio dell'antropologo che ha promesso all'indigeno di non fotografarlo, neppure quando dorme, e si sente moralmente necessitato a prestar fede alla sua promessa. 

– Critica all'utilitarismo e al consequenzialismo. In queste prospettive etiche si sottovaluta la dimensione dell'intenzione, soffermandosi sulle conseguenze delle azioni, si prescinde cioè dalla condizione del soggetto in un modo che è stato definito Agent neutral. Si trascura così la distinzione fra fini intesi e previsti delle azioni, non riuscendo a isolare l'azione intesa dalle sue conseguenze e mettendo tutto sullo stesso piano. Anscombe sottolinea che il consequenzialismo è incapace di comprendere i divieti in etica, impedendo così un progresso morale dell'uomo e non solo un progresso della sua filosofia morale. Non si può agire moralmente basandosi innanzitutto sulla speranza o sul timore delle conseguenze che seguirebbero a un atto giusto o sbagliato e senza riconoscere in partenza qualcosa come moralmente giusto o sbagliato in se stesso. In questa prospettiva non si può affermare, secondo la Anscombe, che sia certamente preferibile salvare un uomo anziché quattro, qualora si prescinda dalla considerazione di altri aspetti.

Come nota Robert Spaemann, nel consequenzialismo, esito almeno come conseguenza indiretta dell'estensione dell'approccio scientifico ad altri ambiti, manca un'idea di fine in cui si riposa. Anscombe sottolinea sia l'astrattezza di questa impostazione, dovuta all'impossibilità di scorgere tutte le conseguenze di un'azione (sarebbe richiesto all'uomo uno sguardo divino sul mondo), sia la difficoltà di risolvere i casi concreti, sempre nuovi, con una regola. 



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