BENVENUTO   |   Login   |   Registrati   |
Imposta Come Homepage   |   Ricerca Avanzata  CERCA  

LETTURE/ Quelle strane "affinità elettive" tra Bernanos, Sciascia e Simenon

Pubblicazione:

Leonardo Sciascia (1921-1989) (Immagine d'archivio)  Leonardo Sciascia (1921-1989) (Immagine d'archivio)

Ha un bel dire, Di Grado, quando mette le mani avanti e chiede venia per il «filo scomposto» di estemporanee, divaganti «congetture»; in realtà, si assesta su una solida filologia, tanto esatta quanto dissimulata. E dal "certo" dei dati sviluppa agnizioni perfettamente a norma, pur insinuandole con l'aria di chi conversa a ruota libera, trascorrendo dall'una all'altra digressione. Se fra questi scrittori serpeggiava stima, qualche motivo doveva pur esserci, e le isoglosse infatti emergono, risultando del tutto plausibili.

Sciascia non fa mistero delle ragioni che lo avvicinano a un francese tutt'altro che illuminista, al contrario antimoderno, monarchico e, come se non bastasse, in combutta per diversi anni con Maurras. Si capisce bene che Bernanos, allo scoppio della guerra di Spagna, inclinasse per la Falange. Eppure, nel pamphlet I grandi cimiteri sotto la luna, questo alfiere della tradizione, con i figli arruolati nei ranghi del generalissimo, non aveva esitato a denunziare le atrocità dei franchisti.  Altra milizia, la sua. E Sciascia la sente fraterna. Che ne avrebbe pensato il reduce dell'Action française, il fautore di una cristianità supportata dal principio monarchico? Sappiamo come Bernanos si atteggiò verso André Gide, di cui respingeva senza appello tutte le idee, di cui seppe ammirare la franchezza verso i compagni di strada. Tornando da un viaggio in Unione Sovietica, Gide si era mostrato tutt'altro che reticente, tutt'altro che indulgente nei confronti del socialismo reale, lui iscritto al Partito comunista e non certo tentato da moderatismo e perbenismo. In verità, c'è un perbenismo che affligge tutti gli schieramenti, quello che si specchia in slogan e parole d'ordine; e c'è una disponibilità a misurarsi con ciò che accade, a costo di disturbare i correligionari, di subire la loro indignata scomunica. Via crucis della solitudine: «Gide è un uomo solo», riconosce Bernanos, «e anch'io sono un uomo solo». Ma non sta tessendo l'elogio dell'inappartenenza. È ancora lui a dichiarare: «Viene il momento in cui uno scrittore deve scegliere tra il pubblico e gli amici. Io ho scelto gli amici. Un pubblico si conquista, gli amici si meritano. E bisogna meritarli sempre, senza interruzione, correndo ogni giorno il rischio di contraddirli e di perderli». Parole che Sciascia trattiene; come a tirare le stesse conclusioni per sé. 

Non abbiamo dimenticato, frattanto, Simenon; col Quai des Orfèvres, Pigalle, le atmosfere di provincia opache e stagnanti. Un mondo abbandonato dalla grazia o che ha abbandonato la grazia, e sgrana passioni e delitti senza prospettiva di riscatto, tra nebbie tenaci, squallidi interni piccolo-borghesi, alberghetti di infima categoria. Qui si aggira Maigret, armato del suo buon senso contadino e della sua inclinazione a snidare l'umanità di chi ha davanti. 



< PAG. PREC.   PAG. SUCC. >