BENVENUTO   |   Login   |   Registrati   |
Imposta Come Homepage   |   Ricerca Avanzata  CERCA  

LETTURE/ Quelle strane "affinità elettive" tra Bernanos, Sciascia e Simenon

Pubblicazione:

Leonardo Sciascia (1921-1989) (Immagine d'archivio)  Leonardo Sciascia (1921-1989) (Immagine d'archivio)

«Cerco di capire», dice questo segugio che si immedesima con coloro a cui dà la caccia, fino ad assumerne le ansie, a soffrirne a sua volta i tormenti; a pro dell'inchiesta, si capisce, la giustizia deve fare il suo corso, il reo venire alla luce e pagare il debito; ma si annida nel taciturno Maigret anche il senso di una comune umanità, di un malessere condiviso e in tutti irrisolto. Fra giusti e reprobi, questo segreto trait d'union: «Ciascuno di noi, chi più, chi meno, è da compiangere». 

E Di Grado può, a questo punto, far valere certi squarci di Sciascia in cui circola uno strano flusso tra il poliziotto e il criminale, tra l'incorruttibile e il corrotto. Anche i detective di Sciascia cercano di capire. «Ma c'è di più, a suggerire questa possibile contaminazione fiammingo-sicula: l'empatia tra il commissario francese e le patetiche canaglie in cui s'imbatte, e del cui vissuto s'imbeve, si fonda su una sorta di agnizione, sul riconoscimento cioè di una comune identità, quella di "uomini", ribadita dal reciproco e criticatissimo onore delle armi tra il capitano Bellodi e il mafioso don Mariano Arena». Nel Porto delle nebbie, Simenon è netto: «Maigret era un uomo e basta, non si poteva etichettarlo». Opportuno allora il rinvio al famoso scambio di battute del Giorno della civetta, dove l'ufficiale dei carabinieri si sente dire dal capomafia «lei è un uomo», e risponde senza esitare «Anche lei». Lo scambievole attestato, irricevibile per i lettori confessionali e timorati, non era l'unica sporgenza scandalosa di quel romanzo; Sciascia aveva fatto anche di peggio, attribuendo allo stesso Bellodi una «fraterna pietà» verso un personaggio assolutamente spregevole, il delatore Calogero Dibella, logorato e travolto dalla sua stessa viltà, dalla paura incontenibile e fin troppo evidente che rivela ai mafiosi il tradimento consumato a loro danno. 

Anche lo scrittore di Racalmuto, allievo dei Lumi, emulo di Voltaire, è allora, sotto sotto, un Dostoevskij mancato? Bernanos, invece, fa pronunziare al suo curato di campagna, negli ultimi istanti dell'agonia, le parole di Teresa di Lisieux, «Tutto è grazia». Così, lo scenario di depressione morale e sociale cambia di segno, le circostanze abiette ritrovano uno spiraglio, divengono occasione misteriosamente favorevole, non in forza di se stesse – per se stesse rimarrebbero infeconde e inaccettabili – ma per una energia che le investe dal di fuori. La grazia, appunto; che trasfigura l'abisso della vergogna in dura opportunità di rinascita. Questo linguaggio cristiano caratterizza senza dubbio Bernanos, eppure non lo isola; la sigla finale del curato di campagna risponde alla descrizione del mondo disertato da ogni redenzione (ma non dal bisogno della redenzione) che Simenon prospetta nei suoi gialli, come pure nei suoi "romanzi duri". Di Grado lo fa dire a Philippe Verdin; ed è convinto, da parte sua, che anche Sciascia, non meno di Simenon, sia testimone dell'uomo sbandato e annaspante. 



< PAG. PREC.   PAG. SUCC. >