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LETTURE/ Quelle strane "affinità elettive" tra Bernanos, Sciascia e Simenon

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Leonardo Sciascia (1921-1989) (Immagine d'archivio)  Leonardo Sciascia (1921-1989) (Immagine d'archivio)

Sorprendere le somiglianze è avventura intrigante della critica letteraria; almeno quando la critica non si limita a incollare etichette che definiscono e distinguono, troppe volte riduttive, paralizzanti, neanche una gruccia, piuttosto una camicia di forza. Certo, chi raccorda autori di diversa estrazione e latitudine, libri vistosamente asimmetrici, personaggi che non condividono un'aria di famiglia, o non sembrano condividerla, corre qualche rischio, in ogni caso rinuncia a un consenso assicurato in partenza, al salario fisso degli applausi convenzionali; in cambio, può sbloccare uno stallo conoscitivo, terremotare le transenne che regolano i percorsi culturali e, non di rado, li bloccano.

Questo azzardo ha voluto tentare Antonio Di Grado in uno svelto "tascabile" su tre scrittori del Novecento in apparenza del tutto estranei l'uno all'altro, come astri di costellazioni eterogenee, fra loro remote. 

Che cosa hanno in comune un laico acuminato come Sciascia, un cattolico della tempra di Bernanos e, a completare l'impensabile foto di gruppo, un edonista quale Simenon, impenitente grafomane e seduttore? Difficile trovare lettori che si siano appassionati a tutti e tre, i rispettivi fan club si ignorano a vicenda. E del resto, come ipotizzare verificabili affinità elettive tra profili così divaricati? Troppo distanti i loro mondi, i tipici eroi, altro è il paladino nobilmente esposto della lotta contro una mafia irriducibile, altro il commissario Maigret coriaceo e perspicace nell'ennesima inchiesta vincente, per non parlare dell'affranto curato di campagna, che non sfoglia fascicoli coi precedenti penali di questo o quell'inquisito, semmai si confessa in un diario autocritico, spietato. E tuttavia... E tuttavia, questa ricostruzione perigliosa – Un cruciverba italo-franco-belga, Bonanno Editore – ha i suoi buoni argomenti e non è sprovvista di base documentaria. 

La triangolazione, in effetti, non è tutta a carico (e a vanto) dell'interprete, il filo rosso avevano cominciato a predisporlo gli stessi interessati. E che Sciascia, maestro della detection, si fosse occupato di Simenon, scrivendone nel 1961 sul "Mondo nuovo" con pungente chiaroveggenza (fino a tratteggiare «un Dostoevskij mancato»), non è a pensarci bene così singolare, dopotutto si trattava di un collega dello stesso ramo, sebbene non altrettanto insofferente verso le regole d'ingaggio, e ancora legato, da solido professionista, al principio dello smascheramento del colpevole. 

Più sorprendente l'attenzione dello stesso Sciascia a Georges Bernanos. Una nota confluita in Nero su nero non ha esitazioni. Ecco Sciascia cooptare, oltre ogni nostro orizzonte d'attesa, quella nettissima personalità: «Uno scrittore cattolico che io (laico, illuminista, voltairiano: e tutto quello che di me si dice e che non nego) sento in questo momento più di ogni altro vicino». Da parte sua, Bernanos si cimentò nel poliziesco, scrivendo, nel 1935, Un delitto; e durante il suo soggiorno brasiliano amava passare dalle pagine di Teresa di Lisieux a quelle di Georges Simenon, per quanto abnorme fosse una simile alternanza. Tant'è: un altro giallo di Bernanos, Uno strano sogno, doveva uscire postumo, con prefazione, guarda caso, di Simenon. E lo stesso giallista belga avrebbe scritto al figlio del grande scomparso, ribadendo la propria stima.



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