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IL CASO/ Se vogliamo salvare l'italiano, diventiamo una monarchia

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La situazione normativa italiana in parte è simile a quella tedesca (mentre la "cultura critica" della lingua è stata "asfaltata" dagli anni Settanta del Novecento). La Costituzione non indica una lingua ufficiale (vi è forse l'eredità dello Statuto Albertino). Peraltro, la Carta è scritta in italiano e questo è un implicito riconoscimento che la lingua nazionale esiste come humus in cui ha radici la Repubblica. Essa è implicitamente accolta come lingua ufficiale. Tale requisito affiora in alcune sedi decisive, come, per esempio, nel "Testo unificato delle leggi sullo statuto speciale per il Trentino-Alto Adige" (approvato con DPR n. 670 del 31 agosto 1972). Vi si legge, all'art. 99 (Uso della lingua tedesca e del ladino): "Nella regione la lingua tedesca è parificata a quella italiana che è la lingua ufficiale dello Stato". E la legge n. 482 del 15 Dicembre 1999 ("Norme in materia di tutela delle minoranze linguistiche storiche") dichiara che "la lingua ufficiale della Repubblica è l'italiano" e che la Repubblica "valorizza il patrimonio linguistico e culturale della lingua italiana" e "promuove altresí la valorizzazione delle lingue e delle culture tutelate dalla presente legge" (art. 1, commi 1 e 2). 

La situazione normativa attuale contiene già quanto basta per coltivare, difendere, arricchire la lingua italiana. Forse indicarla come lingua ufficiale anche nella Costituzione può contribuire a rafforzare la consapevolezza dell'importanza che l'italiano riveste come veicolo di promozione culturale e di coesione sociale. Come segno importante contro le discriminazioni andrà indicata anche la lingua italiana dei segni, secondo il modello austriaco e ungherese. Sul ripristino della "cultura critica" della lingua bisognerà lavorare molto, nelle scuole e nelle pubbliche arene. Chi abbia credibilità, si farà senz'altro onore.



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