BENVENUTO   |   Login   |   Registrati   |
Imposta Come Homepage   |   Ricerca Avanzata  CERCA  

EUGENIO CORTI/ Un proiettile lo risparmiò, ecco perché

Pubblicazione:

Soldati italiani durante la ritirata di Russia (Immagine d'archivio)  Soldati italiani durante la ritirata di Russia (Immagine d'archivio)

Non dimenticherò la mia prima estate da liceale genovese. Confidavo a un amico più grande il mio terrore per quelli che sarebbero stati i successivi tre mesi all'insegna della noia, in un condominio dell'entroterra ligure, vicino a una fabbrica di boe. Troppo lontano dagli amici e dal mare. Quell'amico più grande mi suggerì un libro "che parlava di storia e di guerra". Disse proprio così.

Era il Cavallo rosso di Eugenio Corti. 

Fui diffidente, come era logico per un 15enne che aveva nel cuore la Sampdoria, il motorino (uno scalcinato Atala Green a doppia marcia) e la compagna di classe del banco vicino alla finestra. Provai però a fidarmi ed entrai in una disordinatissima libreria a due passi da piazza De Ferrari (sarà riuscita a resistere alla crisi?). Avevo dimenticato il nome dell'autore e della casa editrice, ma non il titolo, che mi sembrò subito bellissimo. Il commesso mi portò un libro elefantiaco. 1.274 pagine per 24mila lire (23.530 senza l'iva di allora…). Un'enormità, in tutti i sensi. Però, l'occhio così inquieto del cavallo della copertina di Géricault fu un richiamo irresistibile. Dopo il colophone, lessi anche il "piano dell'opera": primo volume, "Il cavallo rosso", secondo volume, "Il cavallo livido", terzo volume, "L'albero della vita". Avevo un portafoglio con l'apertura a strappo e lo svuotai completamente per il primo acquisto librario della mia vita (ma mia madre mi aveva insegnato che per i libri si poteva sempre spendere). 

Iniziai a leggere appena raggiunto l'entroterra: "Fine di maggio 1940; avanzando lenti uno a fianco dell'altro Stefano e suo padre Ferrante falciavano il prato. Alle loro spalle il cavallino sauro attendeva attaccato al carro; aveva consumata per intero la bracciata d'erba messagli davanti da Stefano all'inizio del lavoro: con l'avidità l'aveva mangiata, sollevando e squassando di continuo la testa per respingere il collare voluminoso che gli scivolava lungo il collo". 

Quell'incipit agreste e solenne mi fulminò (anni dopo mi avrebbe fatto venire in mente l'attacco del Dottor Zivago: "Andavano e sempre camminando cantavano eterna memoria, e a ogni pausa era come se lo scalpiccio, i cavalli, le folate di vento seguitassero quel canto...). 

La lettura diventò vorace, indiavolata. Prevaleva sulla pelle che si faceva a puntini per la brezza serale o sui richiami di una madre che annunciava la cena. Come se d'improvviso la sagoma dei monti dell'Appennino si appianassero per versarsi nella sconfinata landa russa, su cui combattevano Ambrogio e Stefano, o nei deserti dell'Africa settentrionale (dove si cimentava la sognante figura di Manno). Come se i volti dei famigliari potessero d'improvviso diventare i volti di tutti, di tante generazioni incastonate in una storia più ampia. 



  PAG. SUCC. >