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EUGENIO CORTI/ Chieffo: padre, amico e maestro

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Théodore Géricault, Il derby di Epsom (particolare, 1821) (Immagine d'archivio)  Théodore Géricault, Il derby di Epsom (particolare, 1821) (Immagine d'archivio)

Eugenio Corti era un uomo bellissimo, era un vero cavaliere medievale. Molti forse potrebbero raccontare storie simili alla mia, perché aveva un cuore grande. Ero ancora in quell’età in cui si brucia e non si ascoltano i consigli dei genitori, ma si cerca molto e io cercavo risposte nei libri, li consumavo. Un giorno trovai i suoi. Venuto a sapere di una sua conferenza vicino a casa, ebbi la strana idea di scrivergli una lettera – non esisteva la posta elettronica – e di consegnargliela. Gli confessai che leggendo le sue storie mi ero sorpreso a pregare per i protagonisti, ma era la lettera di un adolescente turbato, bramoso e insoddisfatto. E lui mi rispose.

È nata così un’immeritata e discreta amicizia. L’ho incontrato che avevo 18 anni, in quell’età in cui si cerca di capire – e si comincia a progettare concretamente – quello che si vuole fare da grandi. Io mi son detto: “Voglio essere come lui”. Avevo già letto i suo libri con passione, ma i suoi occhi... i suoi scrutavano chi gli stava davanti con la stessa intensità con cui un tempo aveva scrutato l’orizzonte della steppa innevata, direi che penetravano.

Ho incontrato poche altre persone, guardando le quali ho desiderato essere come loro. Certamente buona parte del fascino che esercitava su di me nasceva dal fatto che, come il mio amato nonno materno, aveva combattuto in guerra con onore e quello che diceva, i giudizi che dava non erano mai discorsi imparati a memoria: nascevano invece dal sangue e dall’esperienza. Perché ad esempio rispettare una ragazza, non baciarla e non possederla quando si presenta l’occasione? Lui si era trovato in quella circostanza durante la guerra di liberazione e l’aveva raccontata, non in modo moralistico, però. Ne aveva descritti la fatica e il dolore: abbiamo un destino crudele, ma è un destino da giganti.

Il solo fatto che Eugenio Corti ci fosse era per me il segno che la mia vita poteva essere grande, se l’avessi voluto. Ho dovuto lottare per convincere certi professori (leggermente ideologici) a lasciarmi svolgere la tesi su di lui, ma ce l’ho fatta. Così sono stato a casa sua dove mi ha accolto con ogni riguardo. Era il 2004 e non era più agile nei movimenti, ma insistette per farmi di persona le fotocopie degli appunti che aveva preso nei giorni della ritirata di Russia, della lettera che gli aveva scritto Benedetto Croce e delle recensioni che aveva ricevuto: questo non per spirito possessivo verso preziose fonti storiche, ma per servire me, che ero suo ospite. Sono stato a trovarlo anche due volte con mio padre, in seguito ci ringraziò “per il compact disc” che gli teneva compagnia.



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