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KANDINSKY/ Trasformare la realtà per combattere la "stanchezza" della vita

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Vassily Kandinsky, Giallo-Rosso-Blu (1925) (Immagine d'archivio)  Vassily Kandinsky, Giallo-Rosso-Blu (1925) (Immagine d'archivio)

In primis, certo, di quelli che rappresenta egli stesso: tornando una sera al tramonto da una giornata di pittura en plein air, resta inchiodato dalla perfezione di un'opera che non ricordava di aver mai dipinto. Era semplicemente un suo quadro appoggiato sul lato lungo anziché su quello corto per cui era nato: fine dell'idillio con il reale. 

Quello che conta − da allora in poi − è la tragica necessità interiore, poiché questo esige "un'epoca di decadenza spirituale in cui gli uomini danno importanza solo al successo esteriore, ai beni materiali e salutano come una grande impresa il progresso tecnico che può giovare e giova solo al corpo".

Nasce l'astrattismo moderno.

È del 1910 il suo primo acquerello astratto, ma da tempo aveva scoperto che un'epoca infelice, dove "il cielo è vuoto" non può più permettersi la connivenza con il reale se non attraverso la sua "ascetizzazione", la sua ripulitura dalla pesantezza della materia.

Quella materia che la scienza aveva voluto vedere come unica realtà. La realtà intesa dalle parole sacrileghe di Virchow che Kandinsky definirà indegne di uno scienziato: "Ho sezionato migliaia di cadaveri, ma non ho mai trovato un'anima".

Torna allora il cerchio grigio con i contorni gialli disperati e disperanti: il giallo è il colore della luce, della tensione ideale verso chi guarda, dell'illuminazione spirituale. Il grigio, la fatica dell'origine, rappresentato dal colore bianco, di non farsi sommergere dal nero, colore della morte, del nulla senza speranza.

E chi guarda ipnotizzato dall'occhio grigio sente, forse, che lì si raggruma e viene messa a nudo la propria incapacità di accettare i propri limiti. L'espressione principale della quale è proprio – come evidenziava Kandinsky creando queste stridenti tensioni cromatiche −, sta nel non poter giudicare mai la propria forma abituale di equilibrio. Parte tutto da lì. Dalla fangosità di un grigio espresso in forma circolare: la forma, quella, dell'infinito e della perfezione.

Contrasti e tensioni.

Stanchezza per una vita che è solo "frigoriferi, politica, bilanci e cruciverba", come diceva Saint-Exupéry.

In questa mostra su Kandinsky, passando dall'epoca degli idilli dei primi anni a Monaco, le opere di  Mosca dove torna a causa dello scoppio della prima guerra mondiale e relativa Rivoluzione d'Ottobre, continuando per le tematiche sviluppate ai tempi dell'insegnamento al Bauhaus per concludersi nelle semi-enigmatiche realizzazioni degli anni di Parigi – così, bene illustrato c'è il rifiuto del soggettivismo che a partire dalla rivoluzione industriale in poi, con l'emersione di un'affrettata classe benestante, aveva, sul fronte artistico, riempito le case di "negazioni del trascendentale" a favore dello status symbol: le ottime cose di pessimo gusto.



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