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IL FATTO/ Quella lezione di libertà che ci viene da un orologio ad atomi di stronzio

Un secondo ogni cinque miliardi di anni. È il margine di errore del nuovo orologio ad atomi di stronzio. La macchina, diceva Wilde, tende a far diventare macchine anche noi. LUCIA ROMEO

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Un secondo ogni cinque miliardi di anni. Un concetto anche solo difficile da immaginare. Da concepire. Eppure, secondo quanto pubblicato nei giorni scorsi dalla rivista Nature, questo è il dato relativo al margine di errore del nuovo orologio ad atomi di stronzio. Il risultato è frutto del lavoro di un  gruppo di ricerca del laboratorio Jila, del National Institute of Standards and Technology (Nist) e dell'università del Colorado a Boulder. 

Per capire che significato abbia questo nuovo traguardo, forse è bene partire da lontano. Il tema della misurazione del tempo ha sempre affascinato l'uomo. La soluzione più antica è rappresentata dalla meridiana, che grazie alla semplicità ed economicità fu usata nel corso dei secoli, via via affinando i sistemi di calcolo. Poi arrivarono orologi ad acqua, le candele marcatempo, le clessidre a sabbia. Ma la vera svolta, ovviamente, si ebbe quando fece la sua comparsa sulla scena l'orologio meccanico. E allora facciamoci guidare da Carlo Maria Cipolla in questo affascinante viaggio nel tempo. "Fu appunto tra la fine del Duecento e i primi del Trecento - scrive Cipolla ne Le macchine del Tempo - che comparvero anche le prime artiglierie e non a caso l'orologio meccanico e il cannone comparvero quasi contemporaneamente. Entrambi furono il frutto di un notevole sviluppo nella capacità di lavorare i metalli, e (...) molti dei primi orologiai furono anche fabbricanti di bombarde". 

Questo è uno dei passaggi del saggio che mi ha colpito di più. L'associazione, casuale ma significativa, tra la misurazione scientifica del tempo e la produzione contestuale di strumenti di morte è uno spunto di riflessione. L'uomo che progredisce nel definire il tempo, diventa parallelamente un uomo più pericoloso. In grado di colpire i suoi simili con strumenti di guerra più avanzati e devastanti. Un esempio lampante delle contraddittorie e divergenti conseguenze del progresso. Accanto a questo primo passo (tra i primi orologi in Italia possiamo ricordare quello della chiesa di S. Eustorgio a Milano, nel 1309), da subito emerge con forza il tema della precisione nella misurazione. Questi primi esemplari erano tanto costosi nella costruzione e manutenzione, quanto poco attendibili. Nonostante molti di essi avessero soltanto la lancetta delle ore, spesso la gente si lamentava per l'elevato livello di imprecisione e dovevano essere regolati di continuo. 

L'orologio, tuttavia, aveva una funzione sociale e spettacolare molto forte. Nonostante i costi elevati, molte comunità ne finanziavano l'acquisto e in alcuni casi la complessità dei movimenti compensava la poca precisione. Statue sacre, rotazioni di Re Magi, voli di uccelli. I primi esemplari di orologi privati risalgono a Carlo V di Francia (morto nel 1380) ma fu nel corso del Cinquecento che la diffusione fu accresciuta, grazie anche all'evoluzione tecnica dei meccanismi a molla. La perfezione tuttavia rimase sempre scadente fino all'avvento di Christian Huygens che nel decennio 1650-60 introdusse il pendolo come dispositivo di scappamento.