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LETTURE/ "L'Italia che non si lamentava?" L'hanno distrutta i 50enni di oggi

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Aldo Cazzullo (Infophoto)  Aldo Cazzullo (Infophoto)

In Basta piangere! Cazzullo si rivolge prima di tutto ai giovani di oggi, ma anche, di rimando, alla sua generazione: invita a rimboccarsi le maniche, a non lamentarsi, ad agire. E affronta l'ultima fatica editoriale partendo da una prospettiva interessante, che merita senz'altro un approfondimento: "Non ho nessuna nostalgia del tempo perduto. Non era meglio allora. È meglio adesso. Un adolescente dell'Italia di oggi è l'uomo più fortunato della storia. Anche se nato in una famiglia impoverita dalla crisi, ha infinitamente più cose e più opportunità di un ragazzo di qualsiasi generazione cresciuta nel Novecento". 

È vero, da un certo punto di vista, ma è solo una questione di proporzioni, di epoche, di "beni" e "bisogni". È indubbio che i nostri bisnonni – non solo, in alcuni casi anche nonni e genitori – non avevano neanche l'acqua corrente, gli elettrodomestici non esistevano, le comunicazioni viaggiavano su carta o telefono (fisso), quando andava bene. Ma è anche vero che le esigenze erano diverse, la struttura della nostra società ancora legata a stili di vita costruiti e rimaneggiati nei secoli, i rapporti umani profondamente differenti, e così le aspettative. Il progresso e il benessere sono realmente esplosi solo all'indomani della seconda guerra mondiale, il periodo della ricostruzione, del boom economico e delle nascite record, l'epoca che il grande storico Eric Hobsbawm ha definito "l'età dell'oro" nel suo grande affresco del "secolo breve". I nati nel decennio tra i cinquanta e i sessanta, loro sì che possono essere definiti la generazione "fortunata" per eccellenza, probabilmente la più fortunata della storia. I loro padri, al confronto, avevano vissuto in un mondo arcaico fatto di privazioni e sacrifici, con una guerra spesso combattuta in prima persona. Se si parla di avere "infinitamente più cose e più opportunità di un ragazzo di qualsiasi generazione cresciuta nel Novecento" è a loro che dovremmo guardare, perché al tempo si trattò di una vera rivoluzione, di una crescita di massa. Neanche paragonabili le opportunità di allora se confrontate con quelle di oggi. E lo stesso può dirsi a proposito delle generazioni che da quegli anni si sono susseguite: hanno sempre avuto molto di più rispetto alle precedenti, il "tutto" possibile o quasi.

Oggi è diverso, i giovani (finché dura) hanno tutto il presente ma non il futuro, e non mi sembra che l'attuale condizione possa negare questa triste verità. Anche l'affermazione che "i padri e i nonni non hanno trovato tutto facile, anzi, hanno superato prove che oggi non riusciamo neanche a immaginare" può essere opinabile: ci sono giovani precari che lavorano dodici ore o più in certe catene di distribuzione (alimentare e non) o nei call center a condizioni miserevoli per pochi miseri spiccioli (sì, perché la retribuzione oraria spesso non arriva neanche alla banconota). Ogni epoca, ovviamente, ha i suoi sacrifici.



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