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ESCLUSIVA/ Ötzi (Similaun): vi racconto la mia vita, le mie domande, la mia morte

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Oetzi nella elaborazione di Adrie e Alfons Kennis (Immagine d'archivio)  Oetzi nella elaborazione di Adrie e Alfons Kennis (Immagine d'archivio)

Quasi ogni anno, l'uno o l'altro non tornava al villaggio. C'erano le cadute e le valanghe mortali. Gli orsi, gli stambecchi e i cervi erano delle prede temibili. Ma i pericoli più grandi venivano dai nostri simili. Perché altre tribù rivendicavano certe zone della montagna e tutti i cacciatori estranei che vi si avventuravano, sviati dalla nebbia o nel seguire una preda, rischiavano la vita. Gli studiosi hanno formulato numerose ipotesi sulle cause della mia morte. Infatti ero stato ferito alla spalla da una freccia, mentre seguivo uno stambecco su un tratto di ghiacciaio che si trovava in territorio nemico. Io non ho notato l'uomo che mi ha ferito, doveva tenersi nascosto abbastanza lontano da me. Non penso che la mia ferita fosse mortale, ma ho perso troppo sangue e il freddo intenso ha fatto il resto. Dopo qualche ora sono crollato nella neve per non rialzarmi più.

Aveva una moglie e dei figli?
Certamente. Avevo dieci bambini, ma due soli hanno raggiunto l'età adulta. Oggi difficilmente si può immaginare com'era dura la vita a quel tempo. Molti bambini morivano in tenera età e fra quelli che arrivavano all'età adulta, pochissimi vivevano oltre i 50 anni. Le malattie spesso non perdonavano, non c'erano medicamenti per curarle, ci si arrangiava con mezzi di fortuna, erbe soprattutto. Anche la malnutrizione decimava le famiglie, la caccia era spesso pericolosa, ogni sconfinamento era un rischio e, come ho detto, le rivalità fra i clan facevano spesso vittime. La mia compagna è morta molto giovane di una febbre contro la quale non si è potuto fare nulla. Io stesso ho avuto delle malattie, dalle quali mi sono fortunatamente rimesso, ho avuto delle fratture e numerose ferite. Quella sul ghiacciaio all'inizio dell'autunno mi è stata fatale. Avevo una quarantina d'anni.

Come si educavano i figli nella sua tribù?
I nostri genitori ci insegnavano a rispettare gli altri, ad aiutare le persone anziane e deboli della comunità, a non uccidere per uccidere, a non appropriarsi dei beni altrui, a prendersi cura del territorio. Niente affatto facile in una società dove l'istinto di sopravvivenza era spinto all'estremo. La madre e i ragazzi più grandi si occupavano dei piccoli che giovanissimi erano già iniziati ai lavori dei campi e alla sorveglianza del bestiame. A partire da una certa età, i ragazzi imparavano a lavorare il legno e il cuoio per farne oggetti casalinghi, utensili e armi e costruire e riparare le abitazioni. Imparavano anche a maneggiare le armi, soprattutto l'arco e la freccia, e il pugnale, che si utilizzava per la caccia e per difendersi dai nemici. La madre insegnava alle figlie tutto ciò che riguarda la gestione della casa, per non dimenticare la confezione degli abiti e delle calzature. Tanto più che l'abbigliamento era un elemento importante nella nostra vita esposta al clima rigido di montagna della regione. Gli abiti che indossavo al momento della mia morte, le armi e i numerosi altri reperti trovati presso il mio corpo – si possono vedere in questo museo – danno una piccola idea di ciò di cui una famiglia aveva bisogno e dunque doveva produrre per vivere e sopravvivere in questo periodo lontano della preistoria.

Lei si è posto qualche volta delle domande sull'origine e la fine della vita?



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