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ESCLUSIVA/ Ötzi (Similaun): vi racconto la mia vita, le mie domande, la mia morte

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Oetzi nella elaborazione di Adrie e Alfons Kennis (Immagine d'archivio)  Oetzi nella elaborazione di Adrie e Alfons Kennis (Immagine d'archivio)

Sì, questo mi è venuto in mente spesso, perché la morte, che fa sorgere questo genere di domande, ci minacciava ogni momento. Esse mi si affacciavano ogni volta che perdevo uno dei miei famigliari. Soprattutto se si trattava di un bambino, mi domandavo quale era il senso di questa vita che non aveva avuto il tempo di svilupparsi. Non trovavo risposta e questo mi rendeva triste. E il giorno della mia morte sul ghiacciaio, quando la ferita della freccia mi ha impercettibilmente svuotato del mio sangue, ho avuto il tempo di riflettere a lungo sul mio destino. Da dove veniva la mia vita di uomo adulto che andava a terminare in questo luogo così poco accogliente? Non c'era veramente più nulla dopo la morte? Le forze misteriose che reggono l'universo, l'alternarsi del giorno e della notte e le stagioni dell'anno, che causano le tempeste, gli uragani, le alluvioni, le valanghe mortali… possono salvarmi dal nulla? Non avevo risposta. La sola cosa di cui mi ricordo come se fosse ieri è che a un certo punto è emerso in me un profondo desiderio di rinascita, che mi ha accompagnato come una piccola fiammella fino al mio ultimo respiro. Un desiderio pacificante, come se contenesse già un elemento di risposta.

Un'ultima domanda, Ötzi: che cosa ne pensa degli uomini di oggi?
Sotto certi aspetti, la differenza fra l'uomo di allora e quello di oggi è enorme, ma io vedo che l'egoismo, la brutalità, la malevolenza, la violenza che rendevano così difficile la vita nella nostra comunità millenaria, sono tuttora presenti. Ho il tempo di osservare a mio agio i numerosi visitatori che sfilano davanti alla mia nuova dimora. Anche se sono normalmente un po' più raffinati di noi, loro lontani antenati, il comportamento di alcuni di loro, i loro sguardi, i loro atteggiamenti, le loro considerazioni al mio riguardo la dicono lunga. Ma d'altro canto mi sembra che qualcosa sia radicalmente cambiata in rapporto alla mia esperienza di uomo della preistoria. Non riesco bene a comprendere in cosa consista questa novità, ma voglio fare un esempio che mi ha molto impressionato. Recentemente, un gruppo di giovani è entrato di buon mattino nella sala dove io giaccio ormai da una quindicina d'anni. Dei giovani come tutti gli altri, abiti eleganti, pettinature alla moda, modi disinvolti. "Così è", mi son detto. Per cui mi attendevo il peggio: curiosità malsana, considerazioni fuori luogo, risa irrispettose, tutto ciò che io detesto. Ebbene, no. Essi hanno ascoltato in silenzio un adulto che li accompagnava e che ha raccontato loro brevemente ciò che oggi si sa sulla mia storia e quella della mia tribù, poi hanno fatto tranquillamente il giro della mia teca e delle altre vetrine. Prima di andar via, l'adulto ha letto un testo che nominava una preghiera. Tutti ascoltavano con un'attenzione che mi ha profondamente colpito. Potrei fare altri esempi di questo atteggiamento stupefacentemente rispettoso, riservato, che mi commuove, di certe persone che passano qui. Tali esperienze mi aiutano molto a sopportare tanta altra gente per la quale io non sembro che un interessante oggetto archeologico o semplicemente una curiosità che bisogna assolutamente aver visto, perché la guida gli ha conferito 5 stelle.

Mille grazie, Ötzi.


(Klaartie Roegiers)



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