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ESCLUSIVA/ Ötzi (Similaun): vi racconto la mia vita, le mie domande, la mia morte

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Oetzi nella elaborazione di Adrie e Alfons Kennis (Immagine d'archivio)  Oetzi nella elaborazione di Adrie e Alfons Kennis (Immagine d'archivio)

Nel periodo estivo i giornali sono spesso a corto di articoli particolari per colmare i vuoti dovuti alla carenza di altre notizie. È così che il mio giornale mi chiese un giorno un buon articolo su un soggetto che poteva interessare tutti i nostri lettori. La consegna era niente di scientifico, piuttosto qualcosa di leggero, ma su un fondo di realtà. Mi diede carta bianca. Dato che ero appena stata a visitare il museo archeologico di Bolzano nel nord Italia dove è conservata la mummia del famoso uomo dei ghiacciai, Ötzi, decisi di dedicargli il mio articolo. Ma non volevo affatto scrivere il solito articolo di volgarizzazione su questo nostro lontano antenato giunto fino a noi per i giochi delle circostanze. Scelsi dunque la forma di un'intervista fittizia con il piccolo uomo Ötzi. Tutti conoscono senza dubbio la sua clamorosa storia. Il suo corpo mummificato fu scoperto casualmente nel 1991 da una coppia di alpinisti a 3200 metri di altitudine in un ghiacciaio delle Alpi dell'Ötztal, al confine dell'Italia con l'Austria. La sua età è stimata a più di 4500 anni fa. È ben conservato grazie al fatto di aver trovato la morte su di un ghiacciaio e di essere rimasto sepolto sotto uno strato di neve e ghiaccio. Lo scioglimento del ghiacciaio ha portato il corpo alla superficie. Alla fine il mio giornale non prese il mio articolo-intervista. Lo giudicava un po' troppo ricercato (aveva senza dubbio ragione). Così ho tutta la libertà di proporlo qui.

Ötzi, in primo luogo vorrei domandarle se non la disturba di essere esposto in una vetrina di museo e di essere visitato tutti i giorni dal mattino alla sera da centinaia e a volte da migliaia di visitatori, come un oggetto interessante che non ha nulla a che vedere con un essere umano.
Sì, mi disturba enormemente. Nella mia nicchia di ghiaccio, lassù nella montagna, ero al riparo dagli sguardi curiosi che misurano e sezionano. Soprattutto mi ferisce la mancanza di rispetto da parte di certi adulti. I bambini invece spesso mi consolano. Il loro sguardo è diverso. Nella loro curiosità c'è come un desiderio di comprendere chi sono io veramente. Una volta un ragazzino mi ha osservato a lungo con grandi occhi stupiti, poi s'è voltato verso la mamma, le ha preso la mano e le ha domandato: "È il nonno?" E la mamma di risposta: "Sì, è un po' tuo nonno". Aveva ragione: appartengo alla famiglia degli uomini.

Si raccontano molte cose sul suo conto. Nessuno sa esattamente da dove viene, come viveva. Forse gli studiosi un giorno lo sapranno, forse mai. Ci può dire qualcosa di lei?
Ero il capo della mia tribù, che abitava non molto lontano dalla regione montagnosa dove è stato trovato il mio corpo. Vivevamo di agricoltura, di caccia e della raccolta di bacche selvatiche. La mia tribù contava una ventina di famiglie. In estate e in autunno gli uomini andavano a cacciare in alta montagna. Spesso si assentavano per diversi mesi. Io partecipavo di frequente alla caccia. Paragonato alla gente che vedo passare tutto l'anno davanti alla mia teca di vetro, io ero un uomo piccolo ma avevo una costituzione robusta, che era importante per affrontare il grande freddo e le intemperie in altitudine, e anche per il trasporto del bottino verso valle. In più ero un cacciatore rinomato. La vita di un cacciatore era piena di pericoli, all'epoca. 



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