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LETTURE/ Calderón, il perdono ci fa ridiventare figli

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Il volto del timoniere di Ulisse, gruppo della Scilla (I sec. a.C.)  Il volto del timoniere di Ulisse, gruppo della Scilla (I sec. a.C.)

Eppure, a una lettura più attenta del testo si vede che tutti gli elementi dell'opera sono visti attraverso la condizione del protagonista, Sigismondo, il quale sembra così rappresentare l'intero destino umano. 

Attraverso infatti le parole dei tre monologhi, che scandiscono i punti salienti di ogni atto (il primo sulla libertà, il secondo sul disinganno della vita, il terzo quello finale, sulla riscoperta della verità della vita), Calderón conduce il protagonista ad acquisire una vera coscienza di se stesso e della realtà. Attraverso il meccanismo della finzione teatrale, l'autore racchiude simbolicamente la storia della vicenda umana in questo "gran teatro del mondo" che è la vita, vissuta al cospetto di un destino più grande, al cospetto di una sapiente regia trascendente. 

Nel primo atto Sigismondo appare nella sua tensione all'infinito ergersi sulle altre creature e superare i limiti imposti alla propria libertà dalle contingenze della vita. Con parole che sembrano riprendere i dialoghi di Giobbe (Gb, 35, 10-15), Sigismondo è l'uomo incatenato alle proprie passioni e ai propri istinti, che urla al cielo la propria grandezza, la quale risiede nella sua libertà, e chiede il realizzarsi di una propria pienezza umana. Ma questa preghiera diviene bestemmia quando l'uomo pretende di rispondervi secondo la propria misura, di usare del proprio libero arbitrio secondo la propria istintività. 

È ciò che accade nel secondo atto quando Sigismondo alla reggia è violento verso quanto lo circonda, procura morte secondo un proprio piacere, si lascia dominare e guidare soltanto dalla propria superbia (ubris), non indietreggiando davanti ad alcuna autorità morale o politica, neanche il proprio padre naturale. Tuttavia, ritornato prigioniero nella grotta (questo antro scenico che ricorda la mitica caverna platonica), Sigismondo ritorna in sé, percependo l'inconsistenza della realtà (diceva Giobbe: "Come un'ombra sono i nostri giorni sulla terra"): la vida es sueño, i sogni sono i sogni, ad indicare che la vita dell'uomo è ombra, riflesso di un'altra vita più vera e più felice. 

L'esistenza umana è popolata di illusioni, desideri anche veri che hanno la stessa inconsistenza dei sogni più belli; ma qui interviene nella coscienza del protagonista un altro importante suggerimento tipico della cultura spagnola, il desengano; l'illusione della vita non chiude in un atteggiamento deluso del presente o in una romantica fuga da esso, bensì fa percepire la precarietà delle cose della vita stessa, proprio al cospetto di quel destino a cui tutto tende e a cui tutto è sospeso. 

La vita umana, perciò, non si riduce più ai contorni della propria apparenza − questa sì deluderebbe −, ma si apre a una presenza più grande, in rapporto alla quale il bene, la libertà e la giustizia acquistano il valore definitivo. 



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