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LETTURE/ Il nuovo capitalismo, Polifemo, Ulisse e gli "esclusi"

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Max Weber (1864-1920) (Immagine d'archivio)  Max Weber (1864-1920) (Immagine d'archivio)

Parallelamente all'inclusione e trasformazione delle critiche sociali, questo capitalismo ha internalizzato anche le critiche "estetiche", dato vita ad una nuova stagione creativa mettendo al centro proprio la figura del "creativo" (nel web e non solo). Gherardi e Magatti riprendono questa tesi di Boltansky-Chiapello, ma la estendono e sviluppano, anche perché l'analisi dei due sociologi francesi si era fermata alla pre-rivoluzione finanziaria dell'economia (anni 90) – e qui sta il punto, solo in parte sviluppato da Magatti e Gherardi –, quando il nostro capitalismo ha mutato pelle e forse natura.

Hic Rhodus, hic salta. Se guardiamo bene questo processo di "internalizzazione" delle critiche, questo non è molto diverso, nella sua logica, da quanto è accaduto con gli altri grandi imperi della storia (si pensi in particolare all'impero romano) che sono cresciuti e sono durati secoli proprio per aver incorporato i "nemici" che premevano alle frontiere, e poi prendere da loro (dagli etruschi ai greci ai popoli germanici) la migliore cultura, tecnica, arte. Quindi, in altre parole, la capacità inclusiva e riciclante del capitalismo, il suo essere una sorta di "mostro" camaleontico che cambia forma in base all'ambiente e agli ostacoli che trova, non è altro che il suo essere molto più di una forma di produzione di ricchezza e di consumo della stessa, una natura globale, imperiale e inglobante del capitalismo già intuita dallo stesso Marx e dal marxismo. Gli imperi assicurano panem et circenses ad una parte dei popoli che ingloba, ma un'altra parte li fa schiavi, e un'altra la uccide nel processo di conquista.

Per questa ragione trovo rilevante e centrale l'enfasi posta dagli autori sulla diseguaglianza, indicata come una malattia che questo capitalismo non riesce né a inglobare né tantomeno a guarire. Infatti, mentre la prima economia di mercato e il primo capitalismo (XVIII-XX secoli) hanno veramente ridotto la diseguaglianza, e combattuto indirettamente le varie forme di feudalesimo, il capitalismo finanziario o "tecno-nichilista" (Magatti) sta riportando la nostra economia ad una situazione molto simile a quella pre-moderna, perché sta riportando la centralità sulle rendite (e non sui flussi, tra i quali il lavoro e i profitti), che è la tipica nota di ogni società feudale. Come un altro francese, Thomas Piketty (economista), ha messo in luce nel suo ultimo grande (e grosso) volume "Le Capital au XXIe siècle", la rendita sui capitali sta tornando ad essere la grande minaccia del nostro capitalismo, esattamente come prima del secolo XX. 

Quando, infatti, il tasso di rendimento del capitale supera significativamente e per lungo tempo il tasso di crescita, i patrimoni provenienti dal passato si ricapitalizzino più velocemente dell'aumento della produzione e dei redditi. In altre parole, le rendite mangiano i profitti e i salari – come messo in luce nel passato da autori come l'inglese Ricardo, e l'italiano dimenticato Achille Loria. 



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